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"DA RICCO CHE ERA
SI FECE POVERO"
LA POVERTà
NELLA VITA DI COPPIA
Itinerario
Fidanzati di Azione Cattolica (Diocesi di Milano, Zona VII)
Riflessione
di Cristina e Giovanni
1.
Premessa: l’Africa ci ha insegnato il valore delle cose concrete
In tante lingue africane mancano i termini per dire l’astratto. Il
pensiero africano tende al concreto, al mondo della vita… Una volta, in
una cappella di brousse, abbiamo usato la parola
"egoismo" e la gente faceva fatica a capire...
Noi siamo abituati a risalire dal concreto all’astratto, in Africa in
genere non è così.
Per loro non esiste la cattiveria, ci sono i cattivi (che possono essere
persone o spiriti, ma sono comunque soggetti con cui si ha a che fare, non
idee). Più che la saggezza esistono i saggi. Ai loro occhi non ha molto
senso parlare di libertà, ma ognuno è capace di distinguere chi nel
villaggio si comporta come una persona libera, matura, capace di dominarsi
e di scegliere con saggezza.
Gli africani tendenzialmente diffidano dei concetti, come diffidano delle
parole scritte (quello che conta per loro è la parola data, il pezzo di
carta non aggiunge niente).
E’ un altro modo di ragionare, che dà più importanza alle realtà
concrete che alle idee, alle parole dette più che a quelle scritte, al
mondo dei soggetti più che al mondo delle cose, al piano delle relazioni
più che a quello dell’oggettualità…
Noi occidentali siamo abituati a relazionarci con cose. Facciamo più o
meno come il re Mida che trasformava in oro tutto quello che toccava:
“cosifichiamo” ogni realtà che si affacci nella nostra vita. Tutto ciò
che tocchiamo diventa una “cosa” a nostra disposizione, un bene da
usare, consumare e buttar via quando non serve più.
Nella tradizione africana prevale la relazione tra soggetto e soggetto: ciò
che esiste è in qualche modo sempre un “chi” con cui avere a che fare
(gli altri, la terra, gli animali, i defunti, gli antenati, gli spiriti,
Dio…).
Noi invece riusciamo a cosificare anche il tempo: lo misuriamo con
l’orologio, lo spezzettiamo in ore, minuti, secondi… Cerchiamo di
possederlo, eppure non ne abbiamo mai abbastanza: vorremmo giornate di 48
ore (e se anche fosse così, non saremmo contenti). Facciamo di tutto per
organizzarci, per non perdere tempo, perché nella nostra testa “il
tempo è denaro”. Così finisce che passiamo i nostri giorni a correre
(a Milano si corre persino sulle scale mobili della metropolitana!).
In Africa non è così: il tempo non è una “cosa” che ci viene data,
una specie di sacco da riempire fino all’inverosimile. O un’arancia da
spremere fino all’ultima goccia.
Per gli africani il tempo è un’opportunità di vita da prendere così
come viene, con tutte le sue sorprese, belle e brutte.
Il tempo in Africa non corre, danza! Non ha niente a che fare con le
lancette dell’orologio che si inseguono all’infinito e ci riempiono di
angoscia, facendoci sentire più vecchi ogni ora che passa… Assomiglia
piuttosto a un tamburo che invita alla danza (e in Africa, quando si
danza, lo si fa “jusqu’à l’aube”!). E ogni colpo che risuona
nell’aria e nelle vene ti fa sentire più vivo. Il tempo che passa è
vita che pulsa: è davvero come un tamburo che fa eco ai battiti del cuore
e ritma - e dà senso - all’esistere.
2. Da una spiritualità astratta ad una spiritualità concreta
Anche la nostra spiritualità, se vuole essere autentica, deve passare
dall’astratto al concreto. Altrimenti, ci illudiamo di essere cristiani
e invece camminiamo su strade nostre, lontano da quelle su cui il Signore
ci vuole guidare.
La spiritualità o è concreta o non è. Perché Dio è concretezza: non
c’è nulla di più concreto di Lui, dal momento che Dio è la radice
stessa della realtà, il principio di tutto ciò che esiste.
A volte, sembra che noi cristiani ci dimentichiamo di questo. L’esempio
classico è quello del prete che introduce la riunione con la preghiera,
una breve meditazione e poi dice: “adesso passiamo alle cose
concrete…”.
Per chi crede non c’è niente di più concreto di Dio. Lo Spirito Santo
non è una nuvola di concetti evanescenti che si rincorrono nell’aria;
è concreto, ha i piedi per terra…
Lo stesso discorso vale per Gesù, che… non ha frequentato corsi di
“filosofia teoretica” all’università ma ha insegnato attraverso
parabole, immagini prese dalla vita quotidiana...
Gesù non ci ha lasciato dei comandamenti astratti (per quanto buoni) del
tipo “impara ad amare” o “vivi l’amore”.
Ha detto piuttosto, in modo estremamente concreto: “ama il tuo
prossimo” (Lc 10,27), “amatevi come io vi ho amati” (cf Gv 15,12ss),
“perdonate di cuore al vostro fratello” (cf Mt 19,35), “amate i
vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che
vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano” (Lc 6,27-28)…
Altro esempio. Gesù non ha detto: “vivete la povertà”, “siate
sobri, distaccati…” o qualcosa del genere, come farebbe un sapiente
stoico. Ha detto: “lo Spirito del Signore mi ha mandato per annunciare
una buona notizia ai poveri” (Lc 4,18); è andato a mangiare con i
peccatori, ha parlato con le donne, ha dedicato tempo e attenzione ai
“piccoli” di qualunque specie... Ha detto loro: “beati voi poveri,
perché vostro è il regno di Dio” (Lc 6,20). Più che alla povertà,
Gesù è stato attento ai poveri.
Quello di Gesù è un discorso che non abbandona mai il piano della
concretezza. Non ha detto in astratto che la ricchezza è pericolosa, ma
“difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli” (Mt 19,23).
Ha raccontato la storia di un ricco e di un povero: quello che nella vita
era stato un VIP diventa un signor nessuno e sta “in mezzo ai
tormenti”, e quello che non era nessuno viene considerato, chiamato per
nome (Lazzaro) e abita nel cuore di Dio (Lc 16,19-31).
L’insegnamento di Gesù sulla povertà più che un invito a essere
staccati dalle cose è un invito ad amare, a stare attaccati alle persone
che devono essere amate, sempre e comunque, più delle cose.
Gesù ci aiuta ad accorgerci che siamo “persone”, non “individui;
soggetti in relazione, non monadi chiuse in sé stesse… Seguire Gesù è
aprire gli occhi, poco a poco, su quello che conta davvero nella vita.
Come dice il Concilio, Cristo è l’uomo nuovo, l’uomo autentico che
“svela pienamente l’uomo a sé stesso e gli manifesta la sua altissima
vocazione” (Gaudium et Spes, n.22).
3. Seguire Gesù per diventare persone (cioè capaci di amare)
Che cosa significa vivere il vangelo in rapporto alle cose, ai beni, alle
ricchezze?
Partiamo dalla risposta di Gesù al cosiddetto “giovane ricco”:
“Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’,
vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro nei cieli; poi
vieni e seguimi». Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò
afflitto poiché aveva molti beni” (Mc 10,21)
Fondamentalmente Gesù dice quattro cose: 1) va’; 2) vendi quello che
hai; 3) dallo ai poveri; 4) vieni e seguimi. Quello che sembra un discorso
sulla povertà, è in realtà un discorso sulla relazione: finora sei
vissuto per le cose, adesso ti propongo di dare un orientamento diverso
alla tua vita!
La prima parola che Gesù gli dice è “vai!”: non star lì a pensare,
mettiti in cammino…
Poi gli dice: “vendi quello che hai”. Tutto quello che nel corso degli
anni hai accumulato, tutto ciò che hai comprato per te stesso, adesso
vendilo. Non dice, come ci aspetteremmo: “dai tutto ai poveri”, ma
“vendi quello che hai” e “dallo ai poveri” (sono due azioni
distinte).
La domanda fondamentale di Gesù è: per chi vivi? Vivi per le cose o fai
delle cose un mezzo per vivere delle relazioni? Le cose per te sono un
mezzo o un fine? Vivi per le cose (con le persone che ti sono vicine) o
vivi per le persone (con le cose che ti sono date)?
Gesù ci invita a trasformare le cose in relazioni, a fare delle relazioni
con gli altri l’asse portante della nostra vita.
Al giovane ricco Gesù propone un cammino fatto di relazioni:
* entra in relazione con quelli che sono come te (“vendi
quello che hai”),
* entra in relazione con quelli che finora sono rimasti fuori
dalla tua vita (“dallo ai poveri”)
* entra in relazione con il Signore (“poi vieni e
seguimi”)
Ma il giovane ricco non ci sta: “egli, rattristatosi per quelle parole,
se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni” (Mc 10,22). Non può
accettare la proposta di Gesù perché la sua vita è centrata sulle cose.
Più che possedere le cose, è posseduto dalle cose. E’ incapace di
amare.
4. Una coppia capace di amare: alla ricerca del giusto rapporto con le
cose
La coppia, nel disegno di Dio, è una specie di sacramento che rende
visibile l’amore del Padre. Ma in questo occorre crescere giorno dopo
giorno, perché è sempre possibile rifugiarsi in una sorta di “egoismo
a due” che sembra amore ma non lo è.
Una coppia capace di amare è condotta, poco a poco, a trovare il giusto
rapporto con le cose. Quotidianamente scopre che le cose non sono altro
che cose. Sa che le cose non possono riempire la vita.
Il senso della vita è l’amore, cioè la capacità di stare in relazione
secondo la modalità del dono. Come dice il Cantico dei Cantici: “Se uno
desse tutte le ricchezze della sua casa in cambio dell’amore non ne
avrebbe che dispregio” (Ct 8,7).
E se una coppia è, per vocazione, specchio dell’amore di Dio, allora
diventa normale l’apertura agli altri, a tutti gli altri, soprattutto ai
poveri. Perché questo è l’amore di Dio.
Questa è la vocazione al matrimonio (anche se poi, nella pratica, anche
noi abbiamo le nostre difficoltà).
Sulla
nostra partecipazione di nozze avevamo scritto così:
Il matrimonio è l’immagine santa
di Cristo che sposa la Chiesa
del cielo che abbraccia la terra
di Dio che ama tutti gli uomini
soprattutto i poveri…
Questo mistero è grande
5. Alcune scelte possibili
Celebrazione
sobria del matrimonio, forme di condivisione con i poveri, nuovi stili di
vita nelle scelte di tutti i giorni (commercio equo, consumo critico,
gruppi di acquisto solidale, riduzione e riciclaggio dei rifiuti,
investimenti etici, informazione sul Sud del mondo, turismo
responsabile…).
Non si tratta di essere eroi, ma di camminare con Gesù (e con la maggior
parte degli uomini e delle donne di questo mondo) su strade di vita e non
di morte.
Cristina
Gazzetto e Giovanni Giuranna
Cinisello
Balsamo, 2 marzo 2003
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TRACCIA PER LA RIFLESSIONE DI COPPIA
“Da ricco che era si è fatto povero per voi perché voi diventaste
ricchi per mezzo della sua povertà” (2 Cor 8,9). In questo testo
appare chiaro che la povertà non è considerata un valore in sé ma è la
conseguenza di un amore vissuto fino alle estreme conseguenze.
1.
SCEGLIERE LA POVERTA’ IN UNA SOCIETA’ OPULENTA: Che cosa vuol
dire per una coppia cristiana vivere le parole di Gesù sul rapporto con i
beni in un mondo come il nostro dove conta l’avere, l’apparire, il
potere, il consumare…?
2.
LA POVERTA’ NEL VISSUTO DI COPPIA: Che cosa vuol dire
concretamente amare l’altro con cuore povero, senza cercare di
possederlo, dominarlo, tenerlo sotto controllo?
3.
PENSANDO AL MATRIMONIO… Nell’organizzare la vostra vita insieme
e nel preparare il giorno del vostro matrimonio quali scelte pensate di
fare per vivere il valore evangelico della povertà?
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