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LA SCHIAVITU' DI ISRAELE
IN EGITTO
Es 1,1-22
Palazzolo
Milanese, 12 novembre 1996 - Il libro dell'Esodo si apre con un richiamo alla storia di Giuseppe (narrata in Gen 37-50), che ha la funzione di collegare il tempo dei patriarchi a quello della schiavitù di Israele in Egitto.
Giuseppe, venduto dai suoi fratelli e condotto in Egitto, acquista prestigio davanti al Faraone grazie alla sua abilità nell'interpretare i sogni. Così, il Faraone lo mette a capo di tutto il paese d'Egitto (cf Gen 41,41) che in quegli anni gode di grande prosperità a causa della saggezza amministrativa di Giuseppe.
Intanto, una grave carestia spinge in Egitto i fratelli di Giuseppe i quali, nonostante quanto gli avevano fatto, vengono da lui accolti insieme al padre Giacobbe. Il racconto non ha pretese storiche (è piuttosto un romanzo, una splendida narrazione sapienziale con scopi didattici). Eppure non manca di agganci storici soprattutto con il mondo dell'Antico Egitto. Anche la migrazione dei figli di Giacobbe in Egitto non è, dal punto di vista storico, qualcosa di inverosimile. Tutt'altro. I documenti egiziani attestano ampiamente un continuo flusso migratorio di gruppi nomadici che, spostandosi dall'area siro-palestinese, si insediavano nel Delta del Nilo dove potevano trovare acqua e cibo anche in tempi di carestia. I patriarchi, quindi, sarebbero arrivati in Egitto all'interno di questo vasto processo di infiltrazione che interessava tanti altri popoli.
In ebraico il libro dell'Esodo si intitola Shemot dalle parole con cui inizia:
we’elleh shemot ("E questi sono i nomi..."). Questi sono i figli d'Israele. Israele prima di essere il nome di un popolo è il nome stesso di Giacobbe. Nella Genesi (32, 23-33) si racconta la lotta di Giacobbe con Dio, al termine della quale Dio dice: "Non ti chiamerai più Giacobbe ma Israele...". E più avanti Dio dice: "Il tuo nome è Giacobbe. Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele sarà il tuo nome" (Gen 35,10).
I 12 figli di Giacobbe/Israele, i cui nomi sono ricordati all'inizio dell'Esodo, saranno poi i capostipiti delle 12 tribù del popolo d'Israele. Il testo aggiunge: "Tutte le persone nate da Giacobbe erano 70".
Questo particolare deve essere inteso così: se 7 è il numero della perfezione, 70 (corrispondente a 7x10) è un numero che ha un valore simbolico e vuole esprimere la totalità del popolo.
Rileggendo con attenzione il primo capitolo dell'Esodo ci accorgiamo che c'è una certa enfasi nel descrivere la crescita numerica degli ebrei, il loro "pullulare". Al v.7 troviamo: "I figli d'Israele
prolificarono e crebbero, divennero numerosi... il paese ne fu
ripieno" (qui evidentemente c'è un rinvio al contesto della creazione: sono gli stessi verbi che ricorrono in Gen 1,28!). Al v.9: "Il popolo dei figli d'Israele è più numeroso e più forte di noi". Al v.10 si dice che bisogna "impedire che aumenti". Al v.12:
"Si moltiplicava e cresceva oltre misura". Al v.20: "Il popolo aumentò e divenne molto
forte". Il fatto che Israele aumenti di numero, nonostante gli ostacoli posti dagli egiziani per frenare la sua crescita, dipende dalla benevolenza e dalla benedizione del Signore. La benedizione che Dio ha dato all'uomo e alla donna dopo averli creati (Gen 1,28), e che trova piena realizzazione in Abramo (Gen 12,2), e la benedizione data a Giacobbe stesso (Gen 35,11) è inarrestabile, crea vita. Così, si spiega il pullulare di Israele. Ma questo sviluppo demografico incontrollato (e incontrollabile) degli ebrei diventa un incubo per gli egiziani. Al v.11 si descrive il tentativo di organizzare la repressione: "Allora vennero imposti loro dei sovrintendenti ai lavori forzati per opprimerli con i loro gravami e così costruirono per il Faraone le città-deposito, cioè Pitom e Ramses". Il verbo
opprimere che si usa in questo versetto in ebraico è ‘anah che ha la stessa radice del sostantivo
‘anaw cioè "povero, curvo sotto il peso dell'oppressione". Al v.14 si aggiunge: "Resero loro amara la vita costringendoli a fabbricare mattoni di argilla e con ogni sorta di lavoro nei campi: e a tutti questi lavori li obbligarono con durezza". E al v.16 si dice che il Faraone impose alle levatrici di far morire i figli maschi durante il parto Ma le levatrici non obbedirono poichè temevano Dio (cf Es 1,17).
"Allora - come afferma il v.22 - il Faraone diede quest'ordine a tutto il suo popolo: ogni figlio maschio che nascerà agli ebrei lo getterete nel Nilo, ma lascerete vivere ogni figlia".
In tutto il libro dell'Esodo non viene mai pronunciato il nome vero del Faraone che diventa così il simbolo di colui che si oppone al progetto di Dio. In questo brano, però, il nome delle due levatrici, pur essendo egiziane, viene ricordato. Si chiamavano: Sifra e Pua. Queste due donne temettero Dio. E' un particolare molto importante perchè ci dice due cose: 1) anche al di fuori di Israele c'è timor di Dio; 2) Dio si serve di pagani per salvare il suo popolo. A proposito di quest'ultima cosa possiamo citare Is 45,1 dove il titolo
mashiah (messia, cristo,"l'unto di YHWH") è dato ad un sovrano straniero, Ciro, che non conosceva YHWH (cf Is 45,4-5) eppure diventa un suo strumento per la liberazione del popolo di Israele in esilio a Babilonia!
Chiediamoci ora: come si rivela Dio nel primo capitolo dell'Esodo?
Possiamo dire che si rivela in un modo nascosto. La sua presenza nella storia si coglie soprattutto in due fatti: nell'abbondanza di vita di cui gode Israele e nella coscienza retta delle due levatrici.
La vita che si riversa sul popolo di Israele deriva dalla benedizione di Dio, per questo non può essere distrutta in nessun modo dalla politica repressiva degli Egiziani: "Ma quanto più opprimevano il popolo, tanto più si moltiplicava e cresceva oltre misura" (Es 1,12).
Inoltre, il primo capitolo dell'Esodo ci fa vedere un Dio che agisce nella storia attraverso la coscienza di due donne pagane le quali, trasgredendo agli ordini del Faraone, si dimostrano pronte a rischiare la propria sicurezza personale pur di obbedire alla verità.
Fin dai primi versetti si intravede uno dei temi di fondo dell'Esodo: il "braccio di ferro" tra Dio, che sta dalla parte della vita e della libertà, e il Faraone, che incarna un progetto di oppressione e di morte.
Concludiamo la nostra riflessione su Es.1 con due domande:
* Quale è la schiavitù in cui mi trovo?
* In quale schiavitù sono costretti a vivere milioni di uomini oggi sulla terra?
A cura di Cristina
Gazzetto e Giovanni Giuranna
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