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ANNUNCIO DELLA MORTE DEI
PRIMOGENITI
Es 11,1-10
Palazzolo
Milanese, 18 febbraio 1997 -
Dal capitolo 7 del libro dell'Esodo passiamo direttamente al capitolo 11 in cui si racconta l'annuncio della decima e ultima piaga. Il testo è breve: solo 10 versetti che anticipano l'epilogo della vicenda.
Come al solito il testo inizia con la formula: "Il Signore disse a Mosè..." (v.1). E questa volta appare chiaro che si tratta dell'ultima piaga (il termine usato è
nega‘, "piaga"). Siamo arrivati all'ultimo atto, allo scontro finale tra YHWH e il faraone. Dopo quest'ultimo intervento, che sarà il più pesante e il più duro di tutti quelli che lo hanno preceduto, il Signore assicura a Mosè che il faraone lascerà partire il popolo "senza restrizione", anzi lo caccerà via dall'Egitto (cf Es.11,1). In altre parole si tratta di una resa senza condizioni del sovrano dell'Egitto alla potenza del Dio di Israele.
Il secondo e il terzo versetto del capitolo 2 lasciano intendere che Israele non uscirà dall'Egitto "a mani vuote" (Es 3,21), ma con "oggetti d'argento e oggetti d'oro" (Es 11,2). Secondo questo testo Israele non se ne andrà... con la coda tra le gambe, ma a testa alta, come un "vincitore" che lascia il campo di battaglia dopo aver fatto un lauto bottino. Ovviamente, questo modo di presentare l'uscita dall'Egitto appartiene alla tradizione epica e trionfale dell'esodo-espulsione e non a quella dell'esodo-fuga (cf nota della Bibbia di Gerusalemme a Es.11,1).
Al versetto 4 troviamo Mosè che riferisce il messaggio di YHWH al faraone (anche se il testo non precisa chi sia l'interlocutore di Mosè): "Dice il Signore: verso la metà della notte io uscirò attraverso l'Egitto" (v.4). E' la promessa di un "passaggio" di YHWH che si compirà nel cuore della notte e che sarà un intervento salvifico per Israele e un colpo mortale per l'Egitto. La notte, dunque, in cui avverrà questo passaggio del Signore, sarà luminosa per gli uni e terribilmente tenebrosa per gli altri. Il libro della Sapienza la descrive poeticamente così:
"Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose
e la notte era a metà del suo corso,
la tua parola onnipotente dal cielo,
dal tuo trono regale, guerriero implacabile,
si lanciò in mezzo a quella terra di sterminio,
portando come spada affilata il tuo ordine inesorabile.
Fermatasi, riempì tutto di morte;
toccava il cielo e camminava sulla terra" (Sap 18,14-16)
In quella notte in cui il Signore passerà, "morirà ogni primogenito nel paese di Egitto, dal primogenito del faraone che siede sul trono fino al primogenito della schiava, che sta dietro la mola, e ogni primogenito del bestiame" (Es 11,5).
Per comprendere il senso di questa minaccia che il Signore attuerà contro l'Egitto, è necessario dire che in tutte le culture antiche i primogeniti erano considerati "sacri" alla divinità, come succedeva per tutte le "primizie" degli animali e dei campi (cf nota della Bibbia di Gerusalemme a Gen 13,11). Presso alcuni popoli i primogeniti degli uomini venivano addirittura sacrificati agli dei, in altri casi invece (come in Israele dove non erano ammessi i sacrifici umani) non venivano uccisi ma dovevano essere comunque riscattati (cf Es 34,19-20). La tradizione biblica collega quest'uso con la morte dei primogeniti egiziani, ma evidentemente si tratta di una pratica diffusa anche prima e legata all'idea che Dio (o gli dei) è il padrone della terra e di tutto ciò che su di essa nasce o anche all'idea che egli è il signore della vita.
Dunque, il Signore metterà in ginocchio l'Egitto sterminando tutti i suoi primogeniti, senza guardare se si tratta del figlio "del faraone che siede sul trono" oppure al figlio "della schiava che sta dietro la mola" (Es 11,5). La condizione sociale dei genitori non fa nessuna differenza: tutti saranno accomunati dalla medesima sorte e "un grande grido si alzerà in tutto il paese d'Egitto, quale non vi fu mai e quale non si ripeterà mai più" (Es 11,6). L'immensità del grido esprime la gravità della tragedia che sta per abbattersi sull'Egitto. Quello degli egiziani sarà un grido che nessuno raccoglierà. Non sarà come il grido di Israele-schiavo che viene udito da YHWH (cf Es 3,7-9) e che è all'origine della liberazione. L'Egitto piangerà i suoi figli e il suo strazio rimarrà senza risposta, senza consolazione.
La sofferenza degli egiziani sarà accresciuta dal fatto che "contro gli Israeliti neppure un cane punterà la lingua" (Es 11,7). Alla morte dei primogeniti dell'Egitto, di fronte alla quale tutti si sentono impotenti, corrisponderà l'assoluta incolumità degli Israeliti che non saranno neanche sfiorati dalla tragedia.
Questo è ciò che accadrà e Mosè lo riferisce al faraone, ma neanche questa minaccia estrema smuove il faraone dalla sua inflessibilità. Così, Mosè è costretto ad andarsene senza aver ottenuto nulla. L'ultima parte del versetto 8 mostra con immediatezza lo spirito con il quale Mosè abbandona il colloquio: "Mosè,
acceso di collera, si allontanò dal faraone". Nessuna trattativa ha avuto successo, il faraone è irremovibile e la collera di Mosè non fa che anticipare l'ira di Dio contro l'Egitto.
Il testo, però, ci ricorda che l'ostinazione del faraone non deve destare meraviglia: era stata ampiamente prevista dal Signore, il quale aveva detto a Mosè: "Il faraone non vi ascolterà, perché si moltiplichino i miei prodigi nel paese d'Egitto" (Es 11,9). Anzi, dal versetto seguente risulterà che l'indurimento del faraone è provocato dal Signore stesso! Su questo punto, che facciamo fatica a comprendere, è necessario qualche chiarimento. Che cosa vuol dire che è Dio che rende ostinato il cuore del faraone?
Bisogna dire, anzitutto, che nella maggior parte dei testi l'indurimento nel peccato da parte del faraone è presentato come l'effetto di una sua libera scelta, la conseguenza della sua radicale opposizione a YHWH. Nonostante tutti i tentativi di mediazione fatti da Mosè, nonostante il susseguirsi dei "segni",
l'escalation delle "piaghe" che dimostrano al faraone quale sia la volontà del Signore, questi non accetta in nessun modo di obbedire a YHWH.
Solo in alcuni testi l'indurimento appare provocato da Dio stesso (...). Ma bisogna tenere presente, come ricorda Stefano Virgulin, che "l'uomo semitico difficilmente distingue tra la volontà positiva di Dio e quella permissiva" [S.Virgulin, "Peccato" in P.Rossano-G.Ravasi-A.Girlanda (a cura di),
Nuovo Dizionario di Teologia Biblica, Paoline, Cinisello B. 1988, p.1128]. In parole più semplici, l'uomo della Bibbia di fronte a una cosa che succede non si chiede se è Dio che l'ha voluta o semplicemente la permette. Per lui non fa tanta differenza.
Inoltre, per noi che leggiamo la Bibbia come Parola di Dio vale anche un'altra considerazione: non dobbiamo mai assolutizzare un'espressione, un versetto, una frase della Scrittura senza interpretarla alla luce di tutta la Rivelazione. Quindi, nel nostro caso non possiamo non leggere questi testi sullo sfondo di quanto la Bibbia, nel suo insieme, ci dice di Dio. E la Rivelazione attesta che la volontà di Dio è comunque la salvezza universale: Dio infatti "vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità" (1 Tm 2,4).
Questo ci rassicura. Il nostro Dio, il Dio che si è rivelato nelle tradizioni dei patriarchi, il Dio che si è fatto conoscere nell'Esodo, nella storia successiva del popolo di Israele e, infine, nel suo Figlio Gesù non è un Dio che tratta gli uomini come delle marionette e ora li salva, ora li indurisce nel peccato, ma piuttosto un Dio che rispetta profondamente la libertà dei suoi figli e desidera per loro il bene.
Di più non possiamo dire. L'indurimento del faraone rientra nel mistero di Dio che per noi rimane insondabile, imperscrutabile... E insieme fa parte di quel mistero del male, di quel "mysterium iniquitatis" (2 Ts 2,7) di cui parla il Nuovo Testamento.
Riprendendo a questo proposito le parole del papa, possiamo dire che l'espressione biblica "mistero di iniquità
tende a farci percepire quel che di oscuro e inafferrabile che si cela nel peccato. Questo, senza dubbio, è opera della libertà
dell'uomo; ma dentro il suo stesso spessore umano agiscono fattori per i quali esso si situa al di là dell'umano, nella zona di confine dove la coscienza, la volontà e la sensibilità dell'uomo sono in contatto con le forze oscure che, secondo S.Paolo (cf Rm 7,7-25; Ef 2,2 e 6,12), agiscono nel mondo fin quasi a signoreggiarlo" (Giovanni Paolo II,
Reconciliatio et Paenitentia, n.14).
In conclusione, dopo aver letto il capitolo 11 dell'Esodo, conviene chiederci se abbiamo mai riflettuto a sufficienza sull'indurimento nel peccato. Abbiamo mai pensato che il peccato, a furia di essere commesso e ripetuto, provoca assuefazione, insensibilità, diventa come una seconda natura da cui è difficile liberarsi? Hai mai pensato che chi vive abitualmente nel male non si accorge nemmeno di essere in una situazione di peccato, non si rende neanche conto che la sua vita è in pericolo e che un tumore invisibile lo sta divorando? Hai mai chiesto al Signore la grazia di non essere vittima dell'indurimento nel male? In questo senso va letta l'ultima richiesta del Padre Nostro: "liberaci dal male!" (Mt 6,13).
A cura di
Cristina Gazzetto e Giovanni Giuranna
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