LA PASQUA

Es 12,1-28

Palazzolo Milanese, 25 febbraio 1997 - Il brano che racconta l’istituzione della Pasqua è inserito fra l’annuncio e la realizzazione della decima piaga (la morte dei primogeniti egiziani) e si presenta diviso in tre sezioni: la Pasqua (vv.1-14), gli Azzimi (vv.15-20) e, infine, alcune modalità di celebrazione della festa di Pasqua (vv.21-28)
In origine la Pasqua e gli Azzimi erano due feste separate di origine pre-israelitica: la prima legata alle tradizioni di popoli nomadi, la seconda a quella di popoli sedentari. Entrambe facevano riferimento ai cicli stagionali della natura. La Pasqua, festa primaverile dei pastori, consisteva nel sacrificio propiziatorio di un agnello da compiersi prima della partenza per i nuovi pascoli. E’ probabile che il rito prevedesse una sorta di danza cultuale, come risulterebbe dall’etimologia del termine ebraico pesach (dal verbo pasach che significa “saltare”, ma anche “saltare oltre, passare”). La festa degli Azzimi, invece, ha avuto origine all’interno di una società contadina legata alla terra e alla coltivazione dei campi. Si svolgeva anch’essa in primavera e precisamente in occasione della mietitura dell’orzo: per sette giorni si mangiavano le massôt, cioè dei pani non lievitati, fatti con la farina del nuovo raccolto. Tutto doveva essere nuovo, perciò non si poteva utilizzare il lievito vecchio, cioè qualcosa che appartenesse al precedente raccolto. Possiamo ritenere con buone probabilità che, quando Mosè si rivolse al Faraone per chiedergli di consentire al popolo di Israele di celebrare un sacrificio (cf Es 5,1), si riferisse alla celebrazione di una di queste feste primaverili che facevano parte delle tradizioni religiose e cultuali di quei gruppi semitici che si trovavano in Egitto.
Con i fatti dell’Esodo queste feste “naturali”, centrate sull’arrivo e la fecondità della primavera, si fondono in un’unica festa il cui sfondo non è più il ciclo della natura, ma la storia. La Pasqua si trasforma così in una festa storica, in un memoriale (in ebraico zikkaron dal verbo zkr, “ricordare”) dell’evento che è alla base della liberazione e della salvezza del popolo: “Questo giorno sarà per voi un memoriale; lo celebrerete come una festa di YHWH: di generazione in generazione lo celebrerete come un rito perenne” (v.14). 
Israele è chiamato a “fare memoria” per sempre dell’azione di Dio in suo favore e fare memoria nella mentalità ebraica non si riduce al semplice ricordare con la mente, rievocare col pensiero un fatto ormai chiuso nel passato, ma è realmente un tornare all’evento “fondatore” della salvezza, attualizzarlo, renderlo presente... Nella memoria liturgica l’evento salvifico della liberazione dall’Egitto è messo in relazione con l’oggi della storia, tanto che ogni Israelita, celebrando l’Haggadàh di Pasqua, si sente coinvolto in prima persona: “In ogni generazione ciascuno ha il dovere di considerarsi come se egli stesso fosse uscito dall’Egitto...”. Per questo durante la cena pasquale gli ebrei dicono con fede: 
“Schiavi noi fummo di Faraone in Egitto
donde ci fece uscire il Signore nostro Dio 
con mano forte e con braccio disteso.
Se il Santo, Benedetto Egli sia, 
non avesse fatto uscire i nostri padri dall’Egitto,
noi, i nostri figli e i figli dei nostri figli 
saremmo ancora soggetti a Faraone in Egitto...”

Nell’atto liturgico ogni dettaglio diviene simbolo, memoriale dell’azione di Dio: il sangue dell’agnello ricorda il passaggio di Dio che uccide gli egiziani e salva gli ebrei, le erbe amare il periodo di schiavitù a cui Dio pone fine e gli azzimi la cena preparata e consumata in fretta prima della liberazione. 
Dopo i fatti dell’Esodo la festa di Pasqua assume un significato nuovo: pesach non è più soltanto l’eco della danza che si svolgeva in occasione della celebrazione rituale di primavera, indica ora il passare oltre dell’angelo sterminatore, il passaggio di Dio “attraverso l’Egitto” (Es 11,4), il passaggio della salvezza... 
Nella celebrazione pasquale, che si ripete annualmente in Israele di generazione in generazione, l’opera di Dio che libera dalla schiavitù è continuamente attualizzata. L’ambito in cui si celebra la festa di Pasqua è, al tempo stesso, la comunità di Israele e la famiglia, vista come una comunità cultuale presieduta dal capo famiglia. I riti Pasquali sono un’occasione straordinaria di catechesi per i bambini e per tutti. Ogni Israelita deve conoscere e ricordare sempre la liberazione operata da Dio in suo favore e benedirlo per quanto Egli ha fatto. 
Anche oggi durante la cena pasquale gli ebrei ringraziano Dio per i gesti mirabili dell’Esodo. Ecco un testo suggestivo, tratto dall’Haggadàh di Pasqua [a cura di S.Toaff, Roma 1985, p.32-35], con il quale essi esprimono al Signore la loro profonda gratitudine:


Di quanto grandi benefici noi siamo debitori al Creatore!
Se ci avesse liberati dagli Egiziani 
e non avesse fatto giustizia di loro,
ci sarebbe bastato.
Se avesse fatto giustizia di loro 
e non dei loro dei, 
ci sarebbe bastato.
Se avesse fatto giustizia dei loro dei
e non avesse ucciso i loro primogeniti,
ci sarebbe bastato.
Se avesse ucciso i loro primogeniti
e non ci avesse dato le loro ricchezze,
ci sarebbe bastato.
Se ci avesse dato le loro ricchezze
e non avesse diviso per noi il mare,
ci sarebbe bastato.
Se avesse diviso per noi il mare
e non ci avesse fatto passare in mezzo ad esso all’asciutto,
ci sarebbe bastato.
Se ci avesse fatto passare in mezzo ad esso all’asciutto
e non vi avesse affondato dentro i nostri persecutori,
ci sarebbe bastato.
Se vi avesse affondato dentro i nostri persecutori
e non ci avesse fornito per quarant’anni nel deserto quel che ci occorreva,
ci sarebbe bastato.
Se ci avesse fornito per quarant’anni nel deserto quel che ci occorreva
e non ci avesse dato da mangiare la manna,
ci sarebbe bastato.
Se ci avesse dato da mangiare la manna
e non ci avesse dato il Sabato,
ci sarebbe bastato.
Se ci avesse dato il Sabato
e non ci avesse fatto avvicinare al monte Sinai,
ci sarebbe bastato.
Se ci avesse fatto avvicinare al monte Sinai
e non ci avesse dato la Legge,
ci sarebbe bastato.
Se ci avesse dato la Legge
e non ci avesse fatto entrare in Terra di Israele,
ci sarebbe bastato.
Se ci avesse fatto entrare in Terra di Israele
e non avesse costruito per noi il Santuario,
ci sarebbe bastato.
Quanto sono dunque smisuratamente grandi
i beni di cui siamo a Dio debitori!


Dopo aver riflettuto sulla cena pasquale e sul suo carattere di memoriale della liberazione, pensiamo alle nostre celebrazioni cristiane, in particolare all’eucaristia, che ha anch’essa la dimensione del memoriale (“fate questo in memoria di me” Lc 22,19) e chiediamoci fino a che punto quando la celebriamo siamo consapevoli che con quei gesti e quelle parole annunciamo “la morte del Signore finché egli venga” (1 Cor 11,26). Ogni volta che spezziamo il pane in memoria di Gesù partecipiamo realmente al sacrificio della sua morte e al mistero di gloria della sua risurrezione. Ce ne rendiamo conto? Siamo consapevoli che questa memoria entra nella nostra vita e nella storia del mondo e, misteriosamente, le trasforma dando il via alla nuova creazione?

 

A cura di Giovanni Merlo e Giovanni Giuranna