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MORTE DEI PRIMOGENITI E
PARTENZA DI ISRAELE
Es 12,29-42
Palazzolo
Milanese, 4 marzo 1997 -
Dopo la descrizione della Pasqua, che dal punto di vista letterario interrompe la narrazione delle piaghe creando un effetto prolungato di suspense, il libro dell’Esodo presenta ora la scena più dura dello scontro tra YHWH e il faraone, la strage dei primogeniti, che era stata preannunciata nel capitolo 11.
Il testo condensa in pochi e scarni versetti il dolore immenso che lacerò il cuore degli egiziani: “A mezzanotte il Signore percosse ogni primogenito nel paese d’Egitto, dal primogenito del faraone che siede sul trono fino al primogenito del prigioniero nel carcere sotterraneo, e tutti i primogeniti del bestiame” (v.29).
Queste parole ci offrono l’occasione per riflettere su un tema, quello dell’ira di
Dio, che raramente entra nelle nostre meditazioni abituali. Dopo il Concilio, infatti, la predicazione e la catechesi si sono concentrate maggiormente sull’amore di Dio, relegando in secondo piano (se non addirittura rimuovendo) la riflessione sulla sua ira, sul giudizio finale e sull’inferno, temi che fino a quel momento avevano occupato un posto di rilievo. Le ragioni di questo cambiamento di accenti possono essere trovate nel rinnovamento teologico e pastorale che si stava realizzando e di cui - bisogna dirlo - c’era un gran bisogno.
Tuttavia, la reazione ad un’omiletica eccessivamente cupa ha portato di fatto all’eccesso opposto, per cui oggi è facilissimo sentire parlare dell’amore di Dio, della sua infinita misericordia, del fatto che servire il Signore dà gioia... ed è piuttosto difficile ascoltare una parola chiara sull’ira di Dio che esplode, si accende, si scatena, divampa... contro chiunque si oppone frontalmente ai piani di Dio. Eppure, questo tema attraversa la Scrittura da cima a fondo: come si fa a non parlarne?! Non è un buon servizio alla Parola leggerla solo in quelle parti che ci piacciono...
Per comprendere qualcosa dell’ira di Dio può essere utile richiamare alla mente tre icone bibliche: il diluvio universale, la distruzione di Sodoma e Gomorra e la descrizione dell’umanità peccatrice nei primi capitoli della lettera ai Romani.
Il primo testo (Gen 6,5-9,17) presenta la corruzione generalizzata dell’umanità: “Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni disegno concepito dal loro cuore non era altro che male. E il Signore si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo... La terra era corrotta davanti a Dio e piena di violenza. Dio guardò la terra ed ecco essa era corrotta, perché ogni uomo aveva pervertito la sua condotta sulla terra” (Gen 6,5-6.11-12).
Dopo il peccato di Adamo il peccato si è progressivamente esteso nel mondo fino a dilagare ovunque. Di fronte a questa situazione inaccettabile Dio reagisce con il diluvio universale, da cui scampa solo Noè, “uomo giusto e integro tra i suoi contemporanei” (Gen 6,9), e la sua famiglia.
Il secondo testo (Gen 18,16-19,29) presenta la distruzione di Sodoma, la città peccatrice nella quale non si trovarono nemmeno dieci giusti. L’unico è Lot con la sua famiglia, il quale è invitato ad abbandonare al più presto la città. In questo brano l’ira di Dio è descritta in termini tragicamente spettacolari: “Il Signore fece piovere dal cielo sopra Sodoma e sopra Gomorra zolfo e fuoco proveniente dal Signore. Distrusse queste città e tutta la valle con tutti gli abitanti delle città e la vegetazione del suolo... Abramo di buon mattino contemplò dall’alto Sodoma e Gomorra e tutta la distesa della valle e vide che un fumo saliva dalla terra, come il fumo di una fornace” (Gen 19,24-25.27-28).
Infine, il terzo testo (Rm 1,18-3,20) presenta l’umanità peccatrice oggetto dell’ira di Dio. Senza entrare nell’esegesi particolarmente complessa della lettera ai Romani, è sufficiente ricordare che l’umanità che si trova sotto
l’ira di Dio è la stessa verso la quale si compie la giustizia del Signore che, in definitiva, non è altro che la sua
misericordia.
Questa correlazione, apparentemente strana, tra ira, giustizia e amore ci aiuta a comprendere che l’ira di Dio, la sua “gelosia”, il suo “zelo” non sono altra cosa rispetto alla sua misericordia infinita. Tra queste dimensioni del suo “sentire” e manifestarsi sussiste un legame profondo che la Bibbia mette in luce. L’ira di Dio, allora, può essere descritta come il volto del Signore visto da chi è immerso nel peccato, cioè nella radicale opposizione/negazione di Dio. Al peccatore Dio appare “adirato”. Con questa immagine si esprime il fatto che al male e alla violenza che l’uomo commette Dio dice seccamente: no! La sua ira si caratterizza come il “no” assoluto di Dio al peccato (inteso come anti-creazione) e a tutto ciò che è male... L’ira di Dio è il segno che Egli non si rende complice dei cattivi pensieri e delle azioni violente dell’uomo: li disapprova, li detesta, li odia... La Bibbia lo ripete continuamente.
E questa ira del Signore è pervasiva, arriva dovunque, anche nei luoghi più segreti, negli angoli più riposti... Da essa - per usare le parole di S.Francesco - “nullu homo vivente po’ skappare”. Riferendoci al testo dell’Esodo che abbiamo letto stasera, l’ira di Dio si abbatte sul piccolo e sul grande, su chi sta in alto e su chi sta in basso: colpisce infatti il “primogenito del faraone che siede sul trono”, cioè colui che occupa il posto più elevato all’interno della società egiziana, e percuote il “primogenito del prigioniero nel carcere sotterraneo”, cioè colui che trascina miseramente la sua esistenza nel buio di una prigione, all’ultimo gradino della scala sociale. Nulla sfugge all’ira di Dio (cf Sof 1,14-18): “non c’era casa dove non ci fosse un morto” (Es 12,30).
Il testo ripetutamente annota che tutto avviene di notte: “a mezzanotte il Signore percosse ogni primogenito” (v.29), “si alzò il faraone
nella notte” (v.30) e “il faraone convocò Mosè e Aronne nella
notte” (v.31). La notte fa da sfondo a tutta la scena, ma come vedremo in seguito si tratta di una notte ambivalente, che assume valori e significati diversi per l’Egitto e per Israele. Mentre per gli Egiziani è la notte insonne, atroce, funestata da un grido inconsolabile (vv.29-30), per gli Israeliti, e per il Signore stesso, è una “notte di veglia” (v.42) che segna l’ora della liberazione. Per Israele, dunque, quella notte fu notte di grazia, per l’Egitto notte di sciagura.
La durezza del colpo che YHWH infligge al paese d’Egitto è tale che il faraone, fino ad allora irremovibile, si piega, finisce per cedere, lascia partire Israele... Pare addirittura che il faraone... si converta o almeno chieda agli Israeliti una preghiera, quando congedandoli dice loro: “Andate a servire il Signore come avete detto... Benedite anche me” (v.32). Ma se anche fosse un abbozzo di conversione, di certo è un atteggiamento provvisorio e inconsistente,
sub conditione, che si svolge sotto l’effetto della paura e del dolore. Come vedremo la prossima volta, questo atteggiamento “pio” del faraone durerà poco.
Intanto però Israele approfitta del momento favorevole e lascia l’Egitto. Il testo precisa che “gli egiziani fecero pressione sul popolo affrettandosi a mandarli via dal paese, perché dicevano: Stiamo per morire tutti!” (v.33). Questo permette a Israele di spogliare l’Egitto dei suoi oggetti preziosi e delle sue vesti raffinate (cf Es 12,35). E’ un’uscita trionfale, a testa alta, con bottino. Il popolo che abbandona l’Egitto è, secondo il racconto, una schiera numerosissima: “seicen-tomila uomini capaci di camminare, senza contare i bambini. Inoltre una grande massa di gente promiscua partì con loro e insieme greggi e armenti in gran numero” (vv.37-38). Le cifre addotte, prive naturalmente di attendibilità storica, appaiono gonfiate per motivi propagandistici: quello che sta uscendo dall’Egitto è il corteo trionfale dei vincitori.
Si chiude un’epoca della storia di Israele e con essa termina una sezione letteraria del libro dell’Esodo, quella ambientata in Egitto: “Il tempo durante il quale gli Israeliti abitarono in Egitto fu di quattrocentotrenta anni. Al termine dei quattrocentotrenta anni, proprio in quel giorno tutte le schiere del Signore uscirono dal paese d’Egitto” (v.41).
A cura di
Cristina Gazzetto e Giovanni Giuranna
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