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IL CAMMINO VERSO IL MARE
Es 13,17-14,4
Palazzolo
Milanese, 11 marzo 1997 - La volta scorsa abbiamo ascoltato il racconto della decima piaga e della partenza di Israele dall'Egitto. Il brano letto stasera
inizia con queste parole: "Quando il faraone lasciò partire il popolo, Dio non lo condusse per la strada del paese dei Filistei, benché fosse più corta..." (v.17). In questo particolare troviamo una costante che accompagnerà tutto il cammino di Israele:
Dio conduce il suo popolo! Il libro dell’Esodo non è altro che il racconto di questo Dio che "conduce" il suo popolo verso la terra della libertà.
Tempo fa, quando abbiamo letto il ritorno di Mosè dal paese di Madian in Egitto, abbiamo accennato al fatto che Dio ha cura di Israele come un padre ha cura di suo figlio, del suo figlio primogenito... In quell’occasione, abbiamo richiamato le parole toccanti del profeta Osea: "Quando Israele era giovinetto, io l'ho amato e dall'Egitto ho chiamato mio figlio..."
(vedi lectio del 17.12.1996). Adesso ci troviamo nuovamente di fronte a un Dio che si rende presente, muove e accompagna il cammino di liberazione dei suoi figli, proteggendoli dai pericoli esterni e vegliando sulla loro fedeltà. Il cammino del popolo è tracciato dal Signore: è Lui che lo guida verso il deserto.
Il libro dell’Esodo attesta l’esistenza di due strade che collegavano l’Egitto alla Palestina: “la strada del paese dei Filistei” (v.17), che costeggiava il mare ed era la più corta, e la “strada del deserto verso il Mare Rosso” (v.18), decisamente più lunga e meno facile da percorrere. Il Signore preferisce far passare il suo popolo attraverso il deserto. Perché? Non sarebbe stato più agevole scappare in fretta per la via più breve?
Non possiamo chiedere al libro dell’Esodo una mappa dettagliata degli spostamenti del popolo durante l’uscita dall’Egitto. Sappiamo che questo testo è il frutto di più tradizioni, in esso confluiscono certamente le memorie di più “esodi”... Abbiamo già accennato al fatto che nei testi compaiano almeno due tradizioni, quella
dell’esodo-espulsione, per la quale si può effettivamente pensare che il gruppo di Israeliti abbia seguito la via del mare, accompagnato alla frontiera dall’esercito egiziano, e quella
dell’esodo-fuga, per la quale invece si deve ritenere che il gruppo di fuggiaschi abbia dovuto imboccare una strada secondaria, la via del deserto appunto. Lungo la via del mare infatti, costellata di fortini e posti di blocco egizi, gli Israeliti in fuga sarebbero stati facilmente riacciuffati. Per questo il Signore li guida lungo le piste carovaniere del deserto, a cui si riferiscono i nomi di luogo (di difficile identificazione) contenuti nel libro dell’Esodo e dei Numeri.
Per quanto ci riguarda, abbiamo la fortuna di iniziare a leggere i capitoli che parlano del cammino nel deserto in un tempo favorevole come la quaresima. Meditando queste pagine, ci accorgeremo via via che il senso autentico del
deserto non corrisponde propriamente al nostro modo di pensare. Quando pensiamo al “deserto”, infatti, quando diciamo di voler “fare deserto” o di vivere “una giornata di deserto” normalmente ci riferiamo a un’esperienza spirituale di tranquillità e di preghiera... In realtà, più che il
deserto abbiamo in mente un’oasi di pace e silenzio dove incontrare Dio, una casa di esercizi spirituali dove l'unica preoccupazione sia quella di pregare e stare con il Signore, mentre per il resto siamo serviti in tutto... Questo nel nostro immaginario spirituale è... il “deserto”!
L’Esodo invece ci fa dire: attenzione! Questo non è deserto, è un'oasi! Il deserto è tutt’altro che un angolo di paradiso! E’ un luogo di morte, di serpenti e di sciacalli... Un luogo invivibile: caldo cocente di giorno e terribilmente freddo di notte. Il deserto è terra arida, infuocata... E’ un luogo che non ti dà nessuna sicurezza.
Solo in questo senso il deserto è il luogo di Dio, in cui appare con chiarezza l’assoluta insufficienza dell’uomo, la sua nullità... Infatti, è proprio quando non hai più nessuna sicurezza che sei costretto a riporre la tua fiducia totalmente in Dio.
Questo dunque è il deserto: la terra della verità in cui ciascuno di noi viene messo a nudo, la terra dell’evidenza nella quale viene alla luce la nostra identità più profonda... Non ci sono vie di mezzo nel deserto, né possibilità di scelta: è il luogo della fede o della disperazione, dell’adesione a Dio o del suo rifiuto.
Riprendiamo la lettura del nostro brano: "Mosè prese le ossa di Giuseppe, perché questi aveva fatto giurare solennemente gli Israeliti: Dio, certo, verrà a visitarvi; voi allora vi porterete via le mie ossa" (Es 13,19). Questo versetto contiene due elementi importanti.
Il primo è che Israele non solo porta via dall’Egitto un lauto bottino di "oggetti d'argento e d'oro e vesti" (12,35), ma prima di andarsene raccoglie anche le reliquie più preziose della sua identità, la sua storia passata racchiusa simbolicamente nelle ossa di Giuseppe. Il fatto che Israele si porti via le ossa di Giuseppe sta a dire che nulla di ciò che Israele è deve rimanere schiavo in Egitto: anche quelle ossa vengono “redente” e strappate alla schiavitù!
In secondo luogo, Giuseppe ci appare come un profeta o meglio come un autentico uomo di fede, perché sul letto di morte aveva predetto: “Io sto per morire, ma Dio certo verrà a visitarvi e vi farà uscire da questo paese verso il paese che egli ha promesso con giuramento ad Abramo a Isacco e a Giacobbe” (Gen 50,24). Ricordando le parole di Giuseppe e raccogliendo insieme alle sue ossa, la sua eredità spirituale, il popolo mostra di riconoscere in ciò che sta succedendo la visita del Signore preannunciata. In questo momento preciso della sua storia Israele percepisce la presenza viva di Dio.
Alla fine del capitolo 13 ricorrono due espressioni che troveremo parecchie volte nel racconto dell'Esodo: la
colonna di nube e la colonna di fuoco (cf 14,19-20.24; 16,10; 19,9.16; 24,15-18; 40,34-38). Sono i due “sacramenti” del deserto, cioè i due segni fondamentali che assicurano la presenza di Dio lungo la strada rischiosa verso la libertà: "il Signore marciava alla loro testa di giorno con una colonna di nube per guidarli sulla via da percorrere e di notte con una colonna di fuoco per far loro luce così che potessero viaggiare giorno e notte" (13,21).
Che cosa indica la nube? In tutte le culture antico-orientali la nube e l’ombra (a differenza di quanto avviene nel nostro universo culturale) rappresentano una realtà estremamente positiva: in regioni particolarmente calde si comprende come la nube con la sua ombra sia segno di
protezione, riparo, sollievo. Proviamo a immaginare di trovarci in mezzo al deserto, sotto il sole... Che cosa ci potrebbe dare sollievo? Un po’ d’ombra! Ed ecco che Dio si fa ombra ristoratrice per il suo popolo. Di nuovo ci viene da pensare alla cura premurosa di Dio per il suo "primogenito".
La nube poi, può essere intesa anche come mistero. Dio è con Israele, ma non si rivela pienamente. Anche nel racconto della trasfigurazione di Gesù, che si ispira chiaramente alla storia dell’Esodo, si parla della nube:
"Egli stava ancora parlando quando una nuvola luminosa li avvolse con la sua
ombra" (Mt 17,5). Evidentemente si tratta della presenza misteriosa di Dio, della sua
shekinàh, della sua Gloria.
Andando avanti nella lettura, troviamo una richiesta un po' strana di Dio: “Comanda agli Israeliti che tornino indietro..." (14,2). Come intendere questa richiesta del Signore che sembra senza senso? Prima il Signore fa percorrere al popolo la via più lunga, poi gli chiede anche di tornare indietro! Da un punto di vista spirituale possiamo fare questa riflessione: quando ci si lascia condurre dal Signore, a volte pare di fare dei giri tortuosi, non capiamo il perché di certe tappe... In alcuni momenti si ha addirittura l’impressione di arretrare! Eppure il Signore ha un progetto ben preciso per noi e lo porta a compimento. A modo suo. L'essenziale è fidarsi e lasciarsi guidare.
Osservando questi movimenti abbastanza confusi del popolo nel deserto, il faraone gioisce fra sé e pensa che stiano vagando senza sapere dove andare: “Vanno errando per il paese; il deserto li ha bloccati!” (14,3). In realtà il Faraone, che non pensa secondo Dio (cf Mt 16,23), non può comprendere il percorso di Israele, non è in grado di vedere chi è Colui che lo guida e verso dove lo sta conducendo (cf 1 Cor 2,6-16).
A questo punto il Signore preannuncia un ultimo e definitivo indurimento del Faraone. Nel brano letto la volta scorsa avevamo visto che dopo la decima piaga il faraone aveva ceduto, si era arreso alle richieste di Mosè e aveva lasciato partire il popolo. Abbiamo notato anche che il testo lasciava trasparire quasi una “conversione” del faraone, ma abbiamo anche detto che si trattava di qualcosa di fatuo, provvisorio, inconsistente... E’ quello che appare adesso: il Signore annuncia che renderà ancora ostinato il cuore del faraone ed egli inseguirà Israele. Così, se nello scontro diretto con il faraone Dio aveva già vinto, con questa nuova ostinazione Dio si prepara a stravincere: “così gli Egiziani sapranno che io sono il Signore!” (v. 4). Questa formula, che troviamo più volte nei racconti delle piaghe (Es 7,5.17;8,6.18; 9,14;10,2;11,7), è in realtà la risposta di Dio alla prima domanda che il faraone aveva fatto a Mosè: "Chi è il Signore, perché io debba ascoltare la sua voce per lasciar partire Israele?!" (5,2). A questa domanda insolente Dio risponde con i fatti che dimostrano al faraone e a tutto l’Egitto la sua potenza: “così gli Egiziani sapranno che io sono il Signore!”.
Il brano termina mettendo in evidenza l’atteggiamento di fede del popolo di Israele: "Essi fecero in tal modo" (v.4). Il popolo quindi obbedisce, anche se presto incontreremo le mormorazioni che, del resto, anche in passato avevano segnato la vita della comunità di Israele (cf Es 5,20; 14,11-12; 15,24; 16,2-3; 17,2-3 e Nm 11,1-30; 14,1-3; 20,3-5).
A cura di
Cristina Gazzetto e Giovanni Giuranna
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