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IL PASSAGGIO DEL MARE
Es 14,5-15,21
Palazzolo
Milanese, 18 marzo 1997 -
La volta scorsa ci siamo lasciati con l’immagine di Israele in cammino verso le frontiere nord-occidentali dell’Egitto, in direzione del deserto. Oggi lo incontriamo in una tappa fondamentale della sua storia di liberazione, l’incredibile cammino “sull’asciutto in mezzo al mare” (Es 14,29).
Il versetto 5, che presenta l’esodo in termini di fuga, introduce la scena. Alla notizia della partenza di Israele “il cuore del faraone e dei suoi ministri si rivolse contro il popolo”; il sentimento prevalente, insieme alla rabbia, è il rammarico: “Che abbiamo fatto, lasciando partire Israele, così che più non ci serva!”. Il tono del racconto è epico. La fuga di Israele mette in difficoltà la superpotenza egiziana, tanto che il governo si riunisce d’urgenza per far fronte all’accaduto. Il Palazzo è in allarme... Tutti si chiedono: come abbiamo potuto lasciare che scappassero?!
In questo clima concitato matura la decisione di inseguire i fuggitivi con la cavalleria (oggi potremmo pensare a un reparto corazzato di pronto intervento). Il testo sottolinea enfaticamente che l’esercito egiziano scese in campo al completo: il faraone “attaccò il cocchio e prese con sé i suoi soldati. Prese seicento carri scelti e tutti i carri d’Egitto con i combattenti sopra ciascuno di essi” (Es 14,7; cf 14,4.17).
Davanti a tanto dispiego di forze il popolo trema, si sente in un vicolo cieco, schiacciato tra l’imponente esercito egiziano e il mare profondo: “gli Israeliti ebbero grande paura e gridarono al Signore” (14,10). Quando si resero conto della gravità della situazione, si scagliarono contro Mosè: “Forse perché non c’erano sepolcri in Egitto ci hai portati a morire nel deserto? Che hai fatto?” (Es 14,11). E’ il momento della crisi, la notte dello sconforto e della disperazione... Ma in questa notte oscura Mosè pronuncia per Israele delle parole di speranza, a cui il popolo si possa aggrappare: “Non abbiate paura! Siate forti e
vedrete la salvezza che il Signore opera per voi; perché gli Egiziani che voi oggi
vedete non li rivedrete mai più. YHWH combatterà per voi e voi starete tranquilli” (vv.13-14). Si noti l’insistenza sul verbo
vedere al futuro. Alla fine del capitolo lo stesso verbo ricorrerà al tempo passato, segno che la promessa di Dio si è compiuta: “In quel giorno YHWH salvò Israele dalla mano degli Egiziani e Israele
vide gli Egiziani morti sulla riva del mare; Israele vide la mano potente con la quale YHWH aveva agito contro l’Egitto e il popolo
temette YHWH e credette in lui e nel suo servo Mosè” (Es 14,30-31).
Abbiamo anticipato l’epilogo della vicenda per mostrare che questa è la chiave di lettura del testo: Israele è spettatore, testimone oculare della più grande opera di salvezza che il Signore abbia mai compiuto in suo favore. Se infatti Dio aveva già vinto nel “braccio di ferro” col faraone (cf le piaghe), adesso si prepara a stravincere. La disfatta dell’Egitto sarà totale (cf Es 14,15-18). Israele
vide e temette il Signore e credette in Lui.
L’impresa di “YHWH prode in guerra” (15,3) comincia al versetto 15 con il Signore che rivolge questa parola a Mosè: “Ordina agli Israeliti di riprendere il cammino”. Il popolo riprende la marcia dirigendosi verso il limite invalicabile rappresentato dal mare. Mosè alza il bastone che Dio gli aveva indicato all’inizio della missione (cf Es 4,2) e stende la mano sul mare che si apre per lasciar passare Israele.
Come precisa la nota della Bibbia di Gerusalemme a Es 14,15-31, il racconto del miracolo presenta dei tratti di incongruenza. Si intuiscono almeno due tradizioni differenti: la prima (fortemente epica), secondo la quale il mare si divise formando due muraglie d’acqua a destra e a sinistra (Es 14,21b-22), e la seconda (più realistica), che presenta l’accaduto come un fenomeno di bassa marea (Es 14,21a). Evidentemente il testo è frutto di una sovrapposizione di racconti diversi, che però intendono comunicare lo stesso messaggio: Dio ha agito in modo mirabile in difesa del suo popolo che era seriamente minacciato, senza possibilità di scampo, da una grande potenza, l’Egitto. Questa è la
buona notizia di Es 14-15: YHWH è il salvatore, il Signore apre una via dove non c’è via! Come dice il salmo: “sul mare passava la tua via, i tuoi sentieri sulle grandi acque e le tue orme rimasero invisibili” (Sl 77,20).
Mentre Israele entra nel mare osserviamo il comportamento di Dio nei confronti degli Egiziani: l’angelo di Dio e la colonna di nube si spostano da davanti a dietro. Dio si interpone tra Israele e i suoi nemici e fa da scudo al popolo, gli copre le spalle durante la fuga: “ora la nube era tenebrosa per gli uni, mentre per gli altri illuminava la notte; così gli uni non poterono avvicinarsi agli altri durante tutta la notte” (14,20). In questo modo Dio guadagna del tempo prezioso.
Quando tutto l’esercito del faraone fu entrato nel mare dietro a Israele (cf 14,23), “il Signore dalla colonna di fuoco e di nube
gettò uno sguardo sul campo degli Egiziani e lo mise in rotta. Frenò le ruote dei loro carri così che a stento riuscivano a spingerle” (14,24-25a). Facciamo caso all’ironia presente nel testo: basta un’occhiata di YHWH per sbaragliare l’esercito più potente del mondo! Così ebbe fine l’armata egiziana: “non ne scampò neppure uno” (14,28b).
Il capitolo 15 dell’Esodo è un meraviglioso canto di trionfo che celebra, in linguaggio poetico, l’evento della salvezza già narrato in prosa. Rappresenta l’esplosione di gioia di un popolo che è scampato alla morte. Israele, in preda all’euforia, si mette a ballare sulla spiaggia (cf 15,20,21):
“Voglio cantare in onore di YHWH
perché ha mirabilmente trionfato,
ha gettato in mare cavallo e cavaliere.
Mia forza e mio canto è YHWH,
egli mi ha salvato!”.
A cura di
Cristina Gazzetto e Giovanni Giuranna
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