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LE ACQUE DI MARA, LA
MANNA E LE QUAGLIE
Es 15,22-16,36
Palazzolo
Milanese, 8 aprile 1997 -
Dopo il passaggio miracoloso del “mare dei giunchi” che segna la liberazione definitiva dal potere dell’Egitto, Israele deve attraversare il deserto per giungere nella terra promessa, nel paese dove potrà vivere libero.
Come abbiamo già detto, il deserto rappresenta il luogo della prova, della tentazione... Sarà così anche per Gesù all’inizio del suo ministero (cf Mt 4,1-11; Mc 1,12-13; Lc 4,1-13). Dio mette alla prova gli uomini non per cattiveria, ma per far conoscere loro ciò che sono veramente, per renderli coscienti della loro radicale indigenza e del bisogno assoluto che hanno di Lui. Un testo che aiuta a comprendere il senso del cammino di Israele nel deserto è Dt 8,2-5:
“Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi. Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore. Il tuo vestito non ti si è logorato addosso e il tuo piede non si è gonfiato durante questi quarant’anni. Riconosci dunque in cuor tuo che, come un uomo corregge il figlio, così il Signore tuo Dio corregge te”.
Il testo che abbiamo letto stasera è costituito da due racconti: il dono dell’acqua di Mara che viene resa potabile e il dono della manna e delle quaglie con cui il Signore nutre il suo popolo. Entrambi iniziano con dei verbi di movimento (cf 15,22 e 16,1) e presentano una struttura simile:
1) di fronte al tormento della sete/fame il popolo mormora,
2) Dio risponde con un prodigio,
3) il dono di Dio è accompagnato da una “legge”.
Nell’Antico Testamento la mormorazione costituisce un tema ricorrente (cf nota della Bibbia di Gerusalemme a Es 15,24). Nei libri dell’Esodo e dei Numeri è il
leit-motiv che accompagna il cammino di Israele nel deserto: il popolo mormora, si lamenta, rimpiange l’Egitto, si ribella “contro Mosè e contro Aronne” (Es 16,2). In ultima analisi, però, la sua opposizione è contro il Signore (cf Es 16,7-9). Il popolo contesta la
leadership di Dio, il suo modo di portare avanti le cose... La mormorazione, allora, è sinonimo di disobbedienza/peccato: con essa Israele manifesta tutta la sua sfiducia nei confronti di YHWH.
Il popolo comincia a mormorare quando, oppresso dalla fame, dalla sete e dalla fatica, dimentica il passato, ciò che il Signore ha fatto per lui. Il peso dell’oggi lo rende incapace di “fare memoria” delle opere di Dio; il dolore e le asprezze del presente accecano il popolo, che si rifugia nella nostalgia della schiavitù: “Fossimo morti per mano del Signore nel paese d’Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà!” (Es 16,3).
A ben vedere, questa nostalgia ha come radice ultima la paura, la diffidenza, il timore che Dio ci inganni, che faccia i suoi interessi a nostre spese... E’ la paura che il serpente ha insinuato in Adamo ed Eva (cf Gen 3,4-5) e da allora precede e accompagna ogni peccato dell’uomo.
Alla mormorazione di Israele, però, Dio risponde con il dono dell’acqua e del cibo. Di fronte ad un popolo sofferente, il Signore si presenta così: “Io sono YHWH, colui che ti guarisce”. Il verbo che ricorre nel testo è “guarire” (in ebraico
rafa’, da cui il nome Raffaele, che significa “Dio guarisce”: vedi il libro di Tobia).
Il sospetto di Israele viene smentito dai fatti: Dio continua ad agire in favore del suo popolo! L’acqua amara viene resa potabile per mezzo di un legno che Mosè, ispirato da Dio, getta nell’acqua (alcuni Padri della Chiesa hanno visto in questo legno un riferimento alla croce). La fame di Israele viene saziata con la manna e le quaglie. Questo dono si ripeterà ogni giorno (escluso il sabato) fino all’ingresso nella terra promessa: “Gli Israeliti mangiarono la manna per quarant’anni fino al loro arrivo in una terra abitata, mangiarono cioè la manna finché furono arrivati ai confini del paese di Canaan” (Es 16,35; cf Gs 5,10-12).
L’Esodo descrive la manna come “una cosa minuta e granulosa, minuta come è la brina sulla terra” (Es 16,14); “la casa d’Israele la chiamò manna. Era simile al seme del coriandolo e bianca; aveva il sapore di una focaccia con miele” (Es 16,31). Il libro dei Numeri aggiunge che “la manna era simile al seme del coriandolo e aveva l’aspetto della resina odorosa. Il popolo andava attorno a raccoglierla; poi la riduceva in farina con la macina o la pestava nel mortaio, la faceva cuocere nelle pentole o ne faceva focacce; aveva il sapore di pasta all’olio” (Nm 11,7-8).
Che cos’è dunque la manna?
Secondo il biblista americano John L.McKenzie,
“sembra molto probabile che la tradizione popolare abbia ampliato un elemento originario e lo abbia narrato in forme ampollose. L’elemento originario poteva essere una sostanza resinosa dolce che trasudava da un albero del deserto conosciuto come
tamarix mannifera, oppure da due o tre arbusti del deserto. L’albero trasuda la sostanza quando viene punto da un insetto, la
gossyparia mannipara. Questa sostanza è commestibile, ma si presenta soltanto in piccole quantità e non ha nessuna delle altre qualità attribuite alla manna” (John L.McKenzie, Dizionario Biblico, Cittadella, Città di Castello 19814, pp.579-580).
Al di là di queste spiegazioni, occorre tenere presente che ci troviamo all’interno di un racconto che ha finalità teologiche: non è certamente un caso che la manna sia definita fin dall’inizio come un “pane dal cielo” (Es 16,4; cf Sl 78,24; 105,40; Sap 16,20-21). La manna è il pane donato da Dio, il pane di fronte al quale ci si stupisce:
Man hu? Che cos’è?” (Es 16,15). Come è noto, il tema della manna avrà uno sviluppo decisivo nel Nuovo Testamento: il pane disceso dal cielo, quello vero, è Cristo (cf Gv 6 e Ap 2,17).
Come dicevo all’inizio, il dono di Dio appare accompagnato da una “legge”. Nell’episodio di Mara si parla genericamente del dovere di ascoltare la voce e gli ordini di Dio e di osservare tutte le sue leggi (cf Es 15,26). Nel brano della manna, invece, si incontra un sistema di norme più articolato.
In primo luogo, la manna è accompagnata da una legge di sobrietà: Israele deve imparare a non vivere nella logica dell’accaparramento e
dell’accumulo: “Raccoglietene quanto ciascuno può mangiarne, un omer a testa” (16,16). “Nessuno ne faccia avanzare fino al mattino” (16,19). L’Esodo annota che “alcuni non obbedirono a Mosè e ne conservarono fino al mattino; ma vi si generarono vermi e imputridì” (16,20).
Secondariamente, la manna è accompagnata da una legge di giustizia: Israele deve imparare a condividere in modo che ognuno abbia il necessario, secondo il
bisogno: “Ne raccolsero chi molto, chi poco. Si misurò con l’omer: colui che ne aveva preso di più non ne aveva di troppo, colui che ne aveva preso di meno non ne mancava: avevano raccolto secondo quanto ciascuno poteva mangiarne” (16,17-18). La giustizia infatti non consiste nel dividere in parti uguali, ma nel dare a ciascuno il suo, secondo il bisogno (cf la prassi della prima comunità cristiana: At 2,45 e 4,35).
Infine, la manna è accompagnata da una legge di gratitudine: Israele deve imparare a riconoscere il primato di Dio e a benedire il Signore in ogni tempo (cf Sl 34,2). Per assumere questo atteggiamento il popolo è tenuto a osservare il
sabato (16,5.22-30). Il sabato è legge per Israele, come la domenica lo è per i cristiani: è il giorno sacro nel quale l’uomo è chiamato ad accorgersi che tutto è dono di Dio.
Secondo Dt 5,12-15 il sabato è il giorno in cui si fa memoria della liberazione:
“Osserva il giorno di sabato per santificarlo, come il Signore Dio tuo ti ha comandato. Sei giorni faticherai e farai ogni lavoro, ma il settimo giorno è il sabato per il Signore tuo Dio: non fare lavoro alcuno né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bue, né il tuo asino, né alcuna delle tue bestie, né il forestiero che sta entro le tue porte, perché il tuo schiavo e la tua schiava si riposino come te. Ricordati che sei stato schiavo nel paese d’Egitto e che il Signore tuo Dio ti ha fatto uscire di là con mano potente e braccio teso; perciò il Signore tuo Dio ti ordina di osservare il giorno di sabato”.
Inoltre, il sabato è il giorno in cui Israele è chiamato a riscoprire che Dio è la matrice di tutte le cose. Il Signore infatti in sei giorni “creò il cielo e la terra” (Gen 1,1) e “nel settimo giorno cessò da ogni suo lavoro” (Gen 2,2). Seguendo questa linea interpretativa, Es 20,8-11 e 31,13-17 spiegano la sacralità del sabato in riferimento alla creazione del mondo.
A cura di
Viviana Mornata e Giovanni Giuranna
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