LA TEOFANIA DELL'ALLEANZA

Es 19,1-25

Palazzolo Milanese, 29 aprile 1997 - “Al terzo mese dall’uscita degli Israeliti dal paese d’Egitto, proprio in quel giorno, essi arrivarono al deserto del Sinai” (Es 19,1). Con questo versetto inizia il capitolo 19 dell’Esodo e si apre l’ultima grande sezione del libro, interamente ambientata sul monte dell’alleanza (Es 19-40). I primi due versetti riassumono in forma concisa il viaggio da Refidim alle falde del Sinai. “Israele si accampò davanti al monte” (19,2). 
Prima di addentrarci nella lettura di questa pagina fondamentale sono opportune alcune considerazioni introduttive. Anzitutto, bisogna tenere presente che il capitolo 19, nel quale si descrive la preparazione dell’alleanza e la teofania sul monte Sinai, appare strettamente collegato al contesto (capp.19-24) e, per quanto ci riguarda, al capitolo 20 in cui troviamo il decalogo, le “dieci parole” che costituiranno la base dell’alleanza tra YHWH e Israele. 
Es 19 e 20 presentano unità di tempo e di azione. La sola differenza significativa riguarda la modalità con cui si svolge il dialogo fra Dio e il popolo: nel capitolo 19 questo appare mediato da Mosè, nel capitolo successivo invece Dio parla direttamente al popolo (cf 20,1) e Mosè viene chiamato in causa solo in un secondo tempo, per il fatto che Israele teme il confronto diretto con YHWH: “Allora dissero a Mosè: Parla tu a noi e noi ascolteremo, ma non ci parli Dio, altrimenti moriremo!” (20,19; cf Dt 5,4-5). 
In secondo luogo, occorre notare il parallelismo esistente tra Es 19 ed Es 3, dove si narra la vocazione di Mosè. Gli elementi in comune ai due capitoli lasciano pensare che effettivamente il monte sul quale Mosè è stato chiamato dal Signore sia lo stesso sul quale si sarebbe celebrata l’alleanza tra YHWH e Israele. 
Es 3,4 ed Es 19,3 indubbiamente si assomigliano. Il primo dice: “YHWH vide che si era avvicinato per vedere e Dio lo chiamò dal roveto e disse: Mosè, Mosè!”; il secondo recita: “Mosè salì verso Dio e YHWH lo chiamò dal monte dicendo...”. In entrambi i versetti notiamo che: 1) l’iniziativa è di Mosè che si fa avanti, 2) Dio lo chiama; 3) la chiamata di Dio proviene dal roveto nel primo caso e dal monte Sinai nel secondo. A proposito di quest’ultimo particolare, osserviamo che la parola “roveto” (in ebraico seneh), che in Es 3 ricorre con insistenza, richiama alla mente il nome del monte, in ebraico sînay
A proposito invece del fatto che Dio chiama Mosè dal roveto o dal monte Martin Buber osserva: “E’ stato giustamente fatto notare che chiamate analoghe da parte del Signore da un luogo preciso compaiono solo tre volte nella storia di Mosè, e precisamente da ognuno dei tre luoghi della rivelazione: una volta dal roveto (Es 3), una volta dal monte (Es 19,3) e un’ultima volta (Lv 1,1) dalla tenda” [M.BUBER, Mosè, Marietti, Casale Monferrato 1983, p.37]. Anche questo elemento ci aiuta a cogliere il rapporto tra Es 19-20 ed Es 3.
A questo punto, iniziamo a leggere il testo, soffermandoci soprattutto sui versetti 4-6, che ci permettono di cogliere il senso dell’alleanza, e sulla parte finale del capitolo (vv.16-25) che presenta la teofania.
v.4: Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatto venire fino a me.
Per prima cosa YHWH rivendica a sé stesso la liberazione dall’Egitto. Israele non si è liberato da solo, né la sua liberazione è opera di Mosè. E’ stato il Signore a realizzare per il suo popolo la fine della schiavitù e l’inizio di un tempo nuovo caratterizzato dal cammino verso la terra della libertà. 
Più volte la Bibbia richiama questa verità. Al capitolo 20 dell’Esodo è scritto: “Io sono il Signore tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù...” (20,2). E Dt 32,12 annota: “Il Signore lo guidò da solo, non c’era con lui alcun Dio straniero”.
Di questi avvenimenti Israele è testimone oculare: “voi stessi avete visto...”! Come abbiamo già ricordato il verbo vedere ha una sua rilevanza all’interno del dinamismo di fede di Israele (cf Es 14,13-14a e 14,30-31). Il popolo infatti è chiamato a credere in un Dio che ha visto all’opera. 
Dio ha agito per la salvezza del suo popolo. Per liberare i suoi dal giogo della schiavitù ha abbattuto l’Egitto e li ha “sollevati su ali di aquile”. Che significa quest’ultima espressione? Gli esegeti la spiegano come una figura poetica che esprime l’azione di Dio che ha fatto venire a sé il suo popolo, liberandolo dall’Egitto, e ne ha cura, lo protegge (cf Dt 32,11) o come un’immagine eloquente che sta a dire l’amore forte e tenero di YHWH per Israele (cf Os 11,1-4).
v.5: Ora, se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra.
“Ora...”. Se il versetto precedente era uno sguardo sul passato, su come Israele è riuscito a venir fuori dall’Egitto, questo versetto lascia intravedere le possibilità che si aprono per il popolo da questo momento in poi. 
“Se vorrete...”. YHWH fa la sua proposta e prima di presentare in dettaglio i termini dell’alleanza chiede una libera adesione al suo progetto. Le condizioni fondamentali per stringere alleanza con Lui sono: ascoltare la sua voce e custodire la sua alleanza. Da notare l’insistenza sul pronome di prima persona, che in questo solo versetto ricorre ben quattro volte!
A questo punto dobbiamo chiarire che cosa sia l’alleanza di cui si parla. In ebraico alleanza si dice berît e per comprenderne il senso dobbiamo collocarla all’interno degli usi dell’Antico Oriente. Esistevano vari tipi di alleanze sia tra regni diversi, sia - all’interno di uno stesso popolo - fra clan, gruppi sociali e singole persone. In ambito internazionale c’erano i trattati paritetici (come quello stipulato tra Ramses II d’Egitto e Hattusili III di Hatti), e i trattati di vassallaggio. Questo modello relazionale, tratto dall’esperienza sociale e politica di tutto l’Antico Oriente, fu utilizzato da Israele per esprimere il rapporto di YHWH con il popolo. 
Naturalmente l’alleanza tra Dio e Israele ha le caratteristiche di un patto fra disuguali: YHWH decide di allearsi con il popolo e pone le sue condizioni che il popolo è chiamato ad accettare. In ogni caso, però, nell’esperienza di Israele l’alleanza è più una relazione esistenziale che un trattato, è più un rapporto interpersonale fatto di mutua dedizione che un regolamento da osservare formalmente. “L’alleanza infatti - scrive W.Eichrodt - non contiene solo disposizioni, ma anche promesse (voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio), dando in tal modo uno scopo alla vita e un senso alla storia” [W.EICHRODT, Teologia dell’Antico Testamento, parte prima, Dio e popolo, Paideia, Brescia 1979, p.31]. La formula di reciprocità, desunta dai contratti matrimoniali, “voi sarete il mio popolo ed io sarò il vostro Dio” (Ger 7,23; 11,4; 24,7; Ez 11,20; 14,11; Os 2,25) esprime sinteticamente il senso dell’alleanza stipulata sul Sinai. 
Il versetto 5 termina con la promessa: “voi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra”. In queste parole è condensata la vocazione di Israele: essere proprietà particolare di Dio (in ebraico segullâh, dall’accadico sugullû che indica il gregge di proprietà personale del pastore). Tutta la terra appartiene a Dio, ma Israele è suo in modo speciale. Il Deuteronomio presenta il rapporto tra Israele e gli altri popoli con queste parole:
“Quando l’Altissimo divideva i popoli, quando disperdeva i figli dell’uomo, egli stabilì i confini delle genti secondo il numero degli Israeliti. Perché porzione di YHWH è il suo popolo, Giacobbe è sua eredità” (Dt 32,8-9).
Sia nel libro dell’Esodo che nel Deuteronomio è presente il confronto con gli altri popoli. Israele è il popolo eletto, separato dagli altri popoli e chiaramente privilegiato. Ma il privilegio di cui Israele gode non dipende da ciò che è, dai suoi meriti o dalle sue qualità... Le ragioni di questa scelta vanno cercate solo in Dio:
“Tu infatti sei un popolo consacrato al Signore tuo Dio; il Signore tuo Dio ti ha scelto per essere il suo popolo privilegiato fra tutti i popoli che sono sulla terra. Il Signore si è legato a voi e vi ha scelti non perché siete più numerosi di tutti gli altri popoli - siete infatti il più piccolo di tutti i popoli - ma perché il Signore vi ama e perché ha voluto mantenere il giuramento fatto ai vostri padri, il Signore vi ha fatto uscire con mano potente e vi ha riscattati liberandovi dalla condizione servile, dalla mano del faraone, re di Egitto” 
(Dt 7,6-8)
L’elezione di Israele non contraddice l’amore di Dio per tutti gli uomini, “perché mia è tutta la terra” (Es 19,5). G.Auzou spiega: “Israele è il popolo del Dio di tutti i popoli” [Dalla servitù al servizio. Il libro dell’Esodo, EDB, Bologna 1976, p.208].
v.6: Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa. Queste parole dirai agli Israeliti.
Il versetto 6 completa la descrizione della vocazione di Israele: essere possesso particolare di YHWH, regno di sacerdoti e popolo santo. Le ultime due espressioni, regno di sacerdoti e nazione santa, meriterebbero un approfondimento per ciò che significano e per il fatto che il Nuovo Testamento le riutilizzerà per delineare la vocazione cristiana (cf 1 Pt 2,9 vedi nota BJ; Ap 1,6 vedi nota BJ; 5,10; 20,6). Mi limito a dire che non vanno intese come un’allusione alla ierocrazia. Esprimono piuttosto il rapporto unico che Israele intrattiene con Dio: come YHWH è santo (= separato), così il popolo che gli appartiene partecipa, in qualche modo, al mistero della sua alterità. In quanto popolo sacerdotale, grazie alla torah e al culto, Israele può avvicinarsi a YHWH e vivere l’intimità con Lui.
I versetti 16-20 del capitolo 19 vogliono esprimere la presenza di YHWH sul Sinai. Ricorrendo al linguaggio teofanico, impressionante, la Bibbia cerca di dire l’indicibile, l’ineffabile. Proviamo a chiudere gli occhi e immaginarci la scena: una nube densa copre la montagna, fuoco come di fornace, fumo, lampi, tuoni, scosse di terremoto... 
C’è un crescendo di colori, suoni, sensazioni... “Un suono fortissimo di tromba” (v.16); “il monte Sinai era tutto fumante... tutto il monte tremava molto” (v.19). “Il suono della tromba diventava sempre più intenso: Mosè parlava e Dio gli rispondeva con voce di tuono” (v.19). In questo versetto è presente un gioco di parole, poiché il termine ebraico qôl significa sia “tuono” che “voce”.
Attraverso questo linguaggio immaginifico, ma nel complesso sobrio, l’Esodo esprime la prossimità di Dio e contemporaneamente la sua inaccessibilità, la sua “pericolosità” per la vita dell’uomo. Chi vede Dio muore (Es 19,21-24; cf 33,20: vedi nota BJ).

 

A cura di Cristina Gazzetto e Giovanni Giuranna