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NASCITA E GIOVINEZZA DI
MOSE'
Es 2,1-25
Palazzolo
Milanese, 19 novembre 1996 - Il secondo capitolo dell'Esodo può essere diviso in tre parti: nella prima parte (vv.1-10) si racconta la nascita di Mosè e il salvataggio dalle acque; nella seconda (vv.11-22) è descritto l'intervento di Mosè a favore dei suoi fratelli e la sua fuga in
Madian; nella terza parte infine (vv.23-25) si assiste all'entrata di Dio nella storia. Così, alla fine del capitolo abbiamo in scena tutti i personaggi principali dell'Esodo (in ordine di apparizione): il popolo, il Faraone, Mosè e Dio.
Analizziamo la prima parte. Es 2,1: "Un uomo della famiglia di Levi andò a prendere in moglie una figlia di Levi" Questo è detto per far conoscere l'origine di Mosè: apparteneva alla famiglia di Levi. Ora, la famiglia di Levi è una famiglia maledetta a causa di un crimine commesso
(cf Gen 34,25-29 e 49,5-7). Ma come vedremo in Es 32,26-29 (cf Dt 33,8-11) è sì la famiglia maledetta, ma è anche quella destinata a diventare la tribù "santa".
Es 2,3: "Ma non potendo tenerlo nascosto più oltre, prese un cestello di papiro, lo spalmò di bitume e pece...". Il termine ebraico che indica la cesta è
tebah (la stessa parola usata in Gen 6,14 per l'arca del diluvio!). Anche per Mosè, come al tempo di Noè, la salvezza di colui che sarà il capo del futuro popolo di Dio è affidata ad uno strumento fragile. E l'elemento di fragilità e debolezza compare anche in Es 2,6 quando si dice: "L'aprì e vide il bambino: ecco era un fanciullino che piangeva".
Es 2,5-9: il racconto di Mosè tratto dalle acque, come dice anche la nota 2,10 della Bibbia di Gerusalemme
(BJ), è preso dalla leggenda sull'infanzia di personaggi famosi, in particolare da quella di Sargon di Akkad (un grande re della Mesopotamia del III millennio a.C.) che sua madre aveva messo in un cesto di giunco nel fiume.
Questi cinque versetti ci dicono fondamentalmente tre cose.
1) Ancora una volta il Signore si serve di pagani (la figlia del Faraone) per salvare il suo popolo. Se notiamo, nei primi due capitoli dell'Esodo, la salvezza del popolo, e poi anche quella di Mosè, passa attraverso delle donne: prima le levatrici egiziane, poi la madre di Mosè (non si dice nulla del padre e del fratello maggiore di Mosè, Aronne: se fosse stato per loro chissà se Mosè si sarebbe salvato!), quindi la sorella di Mosè e, infine, la figlia del Faraone e le sue schiave.
2) Un'altra cosa che questi versetti ci dicono è che il "salvatore" è prima di tutto un "salvato". Mosè, prima di salvare il popolo, fa lui stesso l'esperienza dell'essere salvato. Così è anche per noi: possiamo annunciare agli altri il Dio-Amore, quando abbiamo fatto l'esperienza dell'amore di Dio nella nostra vita, altrimenti annunciamo soltanto noi stessi.
3) La terza cosa che questi versetti ci lasciano intuire è che Mosè nel tempo in cui è rimasto con la madre, deve aver cominciato a conoscere qualcosa delle tradizioni del suo popolo e del suo Dio, altrimenti non si spiega come mai, ad un certo punto, egli decida di recarsi "dai suoi fratelli"
(Es 2,11).
Procedendo nella lettura incontriamo il versetto 10: "Quando il bambino fu cresciuto, [la madre] lo condusse alla figlia del Faraone. Egli diventò un figlio per lei ed ella lo chiamò Mosè dicendo: Io l'ho salvato dalle acque". Da questo momento Mosè inizia la sua vita alla corte del Faraone e riceve una raffinata educazione egiziana
(cf At 7,22).
Il nome di Mosè, secondo l'etimologia popolare, deriverebbe dal verbo ebraico
mashah che significa "trarre"; dunque mosheh sarebbe il participio attivo "colui che trae". Ma qui ci troviamo davanti a un'incongruenza,
perché la Bibbia intende Moshe come "colui che è stato tratto" (dalle acque). Grammaticalmente però non è corretto, tanto che i rabbini, per risolvere il problema, hanno proposto l'interpretazione: Moshe=colui che trae (dall'Egitto). Dal punto di vista filologico è più probabile che Mosè sia il residuo di un nome teoforico egiziano composto dalla parola egiziana Msw
(Mosu o Mes o Moses) che significa "figlio" e che veniva solitamente unita al nome di una divinità (per esempio:
Tut-mosi=figlio di Tut, Ra-mses=figlio di Ra...). Dunque, nel caso di Mosè è probabile che il suo vero nome fosse in origine composto con quello di una divinità egiziana, successivamente tralasciata proprio perché il Dio di Mosè è
YHWH, Adonai. Questo particolare evidenzia, se così si può dire, la "doppia cittadinanza" di Mosè: ad un livello superficiale è "figlio della figlia del Faraone"
(Eb 11,24; cf Es 2,10), ma ad un livello più profondo è figlio degli ebrei (cf Es 2,6).
Passiamo ad analizzare la seconda parte di Es 2.
Es 2,11: "In quei giorni Mosè cresciuto in età, si recò dai suoi fratelli...". Il testo ebraico letteralmente non dice "si recò", ma "uscì". Ciò significa che Mosè per rendersi conto della situazione di oppressione nella quale si trovano i suoi fratelli deve "uscire". Deve uscire da se stesso, deve fare il suo primo esodo (il secondo esodo sarà la sua fuga dalle ire del Faraone e il terzo l'uscita di tutto il popolo dall'Egitto).
Dal v.11 al v.13 notiamo che la parola "fratello" ritorna per ben tre volte. Mosè sente profondamente questo legame e vuole instaurare un rapporto con i suoi fratelli, vuole liberarli. Ma non viene capito; i suoi fratelli ebrei non lo sentono come uno di loro (possiamo pensare che fosse vestito e che si atteggiasse come gli egiziani: cf Es 2,19). Non lo sentono uno di loro e non riconoscono in lui nessuna autorità su di loro. Quindi, Mosè fugge nel paese di
Madian.
L'episodio dei pastori che arrivano al pozzo e scacciano le figlie di Ietro
(Es 2,16-17) descrive con immediatezza quello che succedeva normalmente nei pressi di un pozzo: gli uomini
pretendevano di avere un diritto di precedenza sulle donne. Che questo sia quanto accadeva normalmente al pozzo è testimoniato dalla meraviglia di
Ietro/Reuel che, quando vede tornare le figlie prima del solito, domanda loro:
"Perché oggi avete fatto ritorno così in fretta?" (Es 2,18). Anche in questo caso Mosè si pone a difesa di chi è schiacciato e questa volta, la sua azione ha successo.
Più tardi Mosè sposerà una delle figlie di Ietro (Zippora), una madianita. Ma se stiamo a quanto dice Gen 25,2, i madianiti discendono da Abramo. Quindi possiamo dire con Martin Buber che "sulla strada della fuga Mosè ritorna ai suoi padri. Infatti gli usi e le leggi della vita della tribù in cui entra sono fondamentalmente analoghi agli usi e alle leggi dei padri di Israele"
[M.Buber, Mosè, Marietti, Casale Monf. (AL), 1983, p.33]. Questo viaggio ha dunque il sapore di un pellegrinaggio alle radici, alla ricerca della sua identità più profonda.
Al termine del v 22 abbiamo un Mosè "sistemato" come diremmo noi: è sposato, ha un figlio (più tardi gliene nascerà un secondo), lavora per il suocero... Conduce una vita ordinaria e sembra che la sua vita sia destinata a finire così: da una giovinezza promettente ad una vita adulta chiusa nell'ambito privato.
La terza parte del capitolo 2 dell'Esodo contiene l'entrata di Dio nella storia
(Es 2,23-25). A commento di questi versetti riprendo quanto ci ha detto fratel Luca Fallica nell'incontro di presentazione della Scuola di mondialità: "E' un Dio che ascolta il grido dell'oppresso, il grido dello schiavo" E dobbiamo tenere presente che il
grido nella Bibbia non è solo l'atto materiale dell'alzare la voce; è sempre un appello rivolto ad una autorità in una situazione di grande pericolo. Gridare è lanciare con foga l'ultimo appello a chi, solo, ci può salvare.
Fratel Luca continua dicendo che il Dio dell'Esodo "non solo ascolta, ma guarda e se ne prende pensiero. Eppure, se leggiamo quanto si racconta nei primi due capitoli dell'Esodo, ci accorgiamo che il popolo di Israele che è schiavo in Egitto sembra aver dimenticato la fede dei padri. Il grido che sale dalla schiavitù non è un grido che Israele rivolge immediatamente al suo Dio,
perché il popolo sembra aver perso la propria fede, sembra non ricordare più il Dio che si è rivelato ad Abramo, a Isacco, a Giacobbe... il Dio dei padri. In questo momento Israele è un popolo senza Dio. Il suo grido è come un grido inarticolato che si alza, ma non ha una direzione precisa verso la quale rivolgersi. Eppure Dio lo ascolta. Il popolo ha dimenticato Dio, ma Dio non si è dimenticato del suo popolo, non ha dimenticato la sua fedeltà ad Abramo, Isacco e Giacobbe"
[vedi riflessione di fratel Luca].
Anche oggi, come la volta scorsa, ci chiediamo: come si rivela Dio nel testo che abbiamo letto?
Anzitutto dobbiamo dire che si rivela come un Dio anticonformista, nel senso che non corrisponde ai tratti tipici degli dei pagani. E' un Dio che scommette su situazioni perdenti: la famiglia di Levi (maledetta), il cestello di papiro... E' un Dio che ascolta il grido dell'oppresso e se ne prende pensiero.
Si rivela, inoltre, come un Dio che salva una persona perché per suo mezzo si salvi tutto il popolo. La scelta di uno per ottenere la salvezza di tutti si avrà anche in Cristo: attraverso la pasqua di Gesù la salvezza giunge a tutti gli uomini.
Infine, si rivela come un Dio che ha tempi lunghi. I suoi tempi non corrispondono ai tempi di reazione di Mosè il quale vorrebbe risolvere l'ingiustizia dall'oggi al domani. Dio agisce nella storia, ma secondo "tempi e momenti"
(cf At 1,7) che ci sfuggono. A noi chiede la pazienza della fede (cf Gc 5,7-11).
Concludiamo la lectio di Es 2 con una domanda:
* Siamo consapevoli che nessuno può liberare gli altri se prima non è stato liberato lui stesso?
A cura di Cristina
Gazzetto e Giovanni Giuranna
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