IL ROVETO ARDENTE

Es 3,1-6

Palazzolo Milanese, 26 novembre 1996 - Negli ultimi 3 versetti del capitolo 2 abbiamo visto l'entrata del Signore nella storia: Dio che guarda la condizione degli israeliti e se ne prende pensiero, dunque interviene. 
In Es 3 si racconta la vocazione di Mosč e la rivelazione del nome di Dio. Per nostra comoditą abbiamo pensato di leggere stasera soltanto i primi 6 versetti del cap.3 dell'Esodo, ma per comprendere bene il testo dobbiamo tenere presente che questi sono solo la prima parte di una sezione narrativa unitaria che va da Es 3,1 a Es 4,17. Si tratta di un racconto che presenta unitą di tempo, di luogo, di azione e di personaggi. In Es 4,18, invece, si cambia scena: "Mosč partģ, tornņ da Ietro suo suocero..." 
l genere letterario di questo testo č quello tipico dei racconti di vocazione, i quali sono costruiti secondo un modello fisso che si articola pił o meno in questo modo: di solito c'č un'introduzione, a cui segue la missione che Dio affida alla persona che chiama; il chiamato normalmente muove un'obiezione alla proposta di Dio, ma il Signore risponde e risolve le difficoltą. Cosģ, si giunge alla conclusione del racconto. 
Questo schema si ritrova pił volte nella Bibbia con leggere variazioni. Pensiamo, per esempio, alla vocazione di Gedeone raccontata nel libro dei Giudici (Gdc 6,11-24) o alla vocazione di Isaia (Is 6,1-8) o a quella di Geremia (Ger 1,4-10) o, infine, a quella di Maria nel vangelo di Luca (Lc 1,26-38). 
Questo schema č presente anche nella vocazione di Mosč il quale, come vedremo, non fa una sola obiezione alla chiamata di Dio, ma ne fa ben cinque, cosģ tante da accendere la collera di Dio (cf Es 4,14). Dopo questa inquadratura generale del testo, ci soffermiamo su alcuni particolari.
Come abbiamo gią accennato, incontriamo un Mosč che si č sposato con una madianita e da lei ha avuto un figlio che ha chiamato Ghershom che, secondo l'etimologia popolare, vuol dire "straniero, ospite" (cf Es 2,22 e 18,3). E questo č molto significativo perché ci fa intuire lo stato d'animo di Mosč nella terra di Madian: si sentiva uno straniero! E nel mondo antico-orientale (ma non solo lą!) essere straniero significava trovarsi in una condizione di svantaggio sociale. 
Dunque Mosč si sentiva uno straniero, un trapiantato in una terra che non č la sua. Conduce al pascolo un gregge non suo. E anche questo č un tratto tipico della sua figura: adesso č pastore di un gregge che non gli appartiene, pił tardi diventerą la guida di un popolo che non sarą mai totalmente suo, perchč l'unico pastore d'Israele č YHWH. Come ci ricorda il salmo 80 ("Tu, pastore d'Israele, ascolta, tu che guidi Giuseppe come un gregge...") in Israele il vero pastore, l'unico re č sempre Dio (cf 1 Sam 8). 
Per pascolare il gregge di Ietro, Mosč si spinge oltre il deserto fino al "monte di Dio, l'Oreb" (Es 3,1), cioč il Sinai. I commentatori fanno notare che nel testo ebraico si fa continuamente allusione al Sinai, in quanto il termine "roveto", che ricorre pił volte in questi versetti, in ebraico č seneh che inevitabilmente richiama alla mente il nome del monte santo di Dio, su cui Israele stipulerą l'alleanza. 
In un roveto che ha preso fuoco a Mosč appare "l'angelo di YHWH". L'espressione "angelo di YHWH" č molto antica e, in questo testo come in altri (cf Gen 22,15-17; 31,11-13), rappresenta Dio stesso . In altri testi, invece, rappresenta una figura distinta da Dio, un suo messaggero (cf Nm 20,16). Il roveto in cui appare l'Angelo di YHWH, č un roveto in fiamme. Mosč infatti non vede il Signore, vede il fuoco e si incuriosisce perché quel roveto non brucia come tutti gli altri. E' un fuoco che non riduce il roveto in cenere. L'immagine del fuoco nella Bibbia č una metafora usata spesso in relazione con Dio: a volte per esprimere il suo amore ardente per Israele, altre volte per descrivere la sua ira che divampa contro il popolo che tradisce l'alleanza. 
Dicevo che Mosč vede e, vedendo, s'interroga, cerca di capire... Il Cardinal Martini, commentando questo stesso episodio, riferito perņ in At 7,31, fa notare che nel testo greco degli Atti degli Apostoli il verbo "vedere" (katanoesai), dice molto pił della semplice percezione visiva. Indica un guardare attentamente cercando di comprendere, un considerare le cose con profonda riflessione. Dunque Mosč vuol capire ciņ che sta succedendo davanti ai suoi occhi. E questa sua curiositą apre la via a Dio che gli si fa incontro. Possiamo pensare che, se Mosč non fosse stato curioso, Dio avrebbe dovuto trovare altri modi per parlargli. 
"Il Signore vide che si era avvicinato per vedere e Dio lo chiamņ dal roveto e disse: 'Mosč, Mosč!' Rispose: 'Eccomi!'" (Es 3,4). Dunque Dio si accorge che Mosč č un uomo con gli occhi aperti sulla vita (lo sarą fino alla fine: cf Dt 34,7!) e il Signore lo chiama per nome: "Mosč, Mosč!". Il fatto che Mosč sia chiamato due volte corrisponde ad un uso tipico della Scrittura, che si ritrova spesso nei contesti di vocazione, e particolarmente quando un uomo č chiamato ad un cambiamento radicale. Ricordiamo per esempio la chiamata di Saulo/Paolo: "Saulo, Saulo! Perchč mi perseguiti?" (At 9,4). Ma ce ne sono anche altre (cf 1 Sam 3,10; Lc 22,31). 
Alla chiamata di Dio Mosč risponde: "Eccomi!". Si lascia coinvolgere, dichiara la sua disponibilitą al rapporto anche se ancora non sa che cosa il Signore gli vuole dire. E' un uomo di fede; si fida prima ancora di sapere quali conseguenze potrebbe avere per la sua vita quell'eccomi
Il testo che abbiamo preso in esame si conclude con l'invito che Dio fa a Mosč di non avvicinarsi e di togliersi i sandali davanti a Lui "perchč -dice- il suolo sul quale tu stai č una terra santa". Mosč si trova al cospetto di Dio, e Dio č santo! Nell'Antico Testamento la santitą di Dio non esprime la sua perfezione morale (come siamo abituati a pensare noi), ma il suo essere totalmente "altro" rispetto all'uomo. Dio č diverso, inaccessibile e, persino, pericoloso per la vita dell'uomo, tanto che Mosč si vela il viso "perchč aveva paura di guardare verso Dio". Si pensava, infatti, che chi vede Dio muore: "Chi mai potrą stare alla presenza del Signore, questo Dio cosģ santo?" (1 Sam 6,20). 
Eppure, questo Dio che la Scrittura chiama il tre-volte-santo (cf Is 6,3) si rivela a Mosč come il Dio dei suoi padri: "Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe" (Es 3,6). E cosģ Mosč comincia a conoscerlo "faccia a faccia" come dice il libro del Deuteronomio: "Non č pił sorto in Israele un profeta come Mosč, lui con il quale il Signore parlava faccia a faccia" (Dt 34,10).
A questo punto cerchiamo di individuare alcuni elementi che brevemente ci aiutino a ricordare come Dio si rivela in questo testo.
Riassumendo quanto abbiamo esposto, sottolineo tre aspetti:
1) Dio si rivela come uno che si fa conoscere personalmente dall'uomo mettendogli nel cuore la curiositą e il desiderio di cercarlo (a questo proposito sarebbe bello leggere qualche pagina di S.Agostino sul desiderio e sulla ricerca di Dio);
2) Si rivela, inoltre,.come un Dio santo. Nel Nuovo Testamento, e precisamente nella lettera a Timoteo (6,16) si dirą che Dio "abita una luce inaccessibile che nessuno fra gli uomini ha mai visto né puņ vedere...". 
3) Infine, presso il roveto, si rivela come il Dio dei padri e come un Dio solidale e compassionevole. Riprendo quanto ci ha detto fratel Luca: "La tradizione ebraica legge questo episodio in modo molto bello, mettendo sulla bocca di Dio queste parole rivolte a Mosč: 'Ti rendi conto di come partecipo alle sofferenze di Israele? Io ti parlo circondato da spine, come se partecipassi direttamente al tuo dolore' Il Dio di Mosč č un Dio compassionevole, che partecipa personalmente al dolore del popolo, per questo parla dal roveto, dalle spine. Per noi che crediamo in Gesł il roveto diventa l'immagine della croce, ci rimanda al suo volto circondato dalle spine di cui č stato coronato. Il Dio compassionevole che si č rivelato a Mosč nel roveto manifesterą pienamente e definitivamente se stesso nel volto coronato di spine del crocifisso" [vedi riflessione di fratel Luca].
Concludiamo con una domanda:
* Gesł, ai discepoli di Giovanni Battista che avevano preso a seguirlo, domanda: "Che cercate?" (Gv 1,38). Chiediamoci anche noi: che cosa cerchiamo nel nostro andare? chi cerchiamo?

A cura di Cristina Gazzetto e Giovanni Giuranna