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ISTRUZIONI SULLA MISSIONE DI MOSE'
Es 3,16-4,17
Palazzolo
Milanese, 10 dicembre 1996 -
Questo testo conclude la sezione narrativa che va da 3,1 a 4,17 ed è ambientata sul monte Sinai, davanti al roveto che brucia senza consumarsi. La struttura del brano è quella che abbiamo individuato la volta scorsa e presenta questa successione: Dio fa tre richieste (Es 3,10; 3,16-22; 4,12), Mosè muove cinque obiezioni (Es 3,11; 3,13; 4,1; 4,10; 4,13) e Dio dà cinque risposte (3,12; 3,14-15; 4,2-9; 4,11; 4,14-17).
Riguardo a questo testo, ci soffermeremo solo su alcuni particolari senza commentare altri temi che sono stati precedentemente affrontati. La prima sottolineatura riguarda la seconda richiesta che Dio fa a Mosè: “Essi ascolteranno la tua voce e tu e gli anziani di Israele andrete dal re di Egitto e gli riferirete: Il Signore, Dio degli ebrei, si è presentato a noi. Ci sia permesso di andare nel deserto a tre giorni di cammino, per fare un sacrificio al Signore, nostro Dio” (v.18). Secondo alcuni esegeti, questo pellegrinaggio del popolo di Israele nel deserto, per motivi di culto, poteva non essere una novità: è possibile che Israele periodicamente uscisse dall’Egitto per celebrare la propria fede, le proprie tradizioni. Questa però è solo un’ipotesi.
Al v.19 si preannuncia un tema che sarà centrale nei prossimi capitoli (nei racconti delle piaghe): l’indurimento del faraone. Dio dice: “Io so che il re di Egitto non vi permetterà di partire, se non con l’intervento di una mano forte” (v.19). Riprenderemo il tema quando leggeremo le piaghe.
Ora vorrei fermare l’attenzione sul tema dell’onnipotenza di Dio, espressa in questo testo attraverso l’immagine della “mano forte”. Le espressioni “mano forte” (v.19), “stendere la mano” (v.20), sono tipiche del linguaggio biblico e stanno a dire la potenza, la forza di un Dio che agisce nella storia (cf Es 15,6.12; Sl 118,15-16; Es 6,6; 15,16; Dt 4,34; 5,15; 7,19; 9,29; 26,8). E’ un Dio che tiene in pugno la storia e che si fa rispettare: chi mai può resistere al braccio di Dio? Nel cantico di liberazione si legge: “La tua destra, Signore, terribile per la potenza, la tua destra, Signore, annienta il nemico” (Es 15,6).
La forza di Dio piega ogni resistenza e questo fatto è sottolineato da quanto si dice nei vv.21-22 del cap. 3, in cui Dio assicura al popolo che non uscirà dall’Egitto a mani vuote. Gli Israeliti infatti spoglieranno gli egiziani, porteranno via le loro ricchezze e in questo si nota una certa ironia
perché si dice che faranno tutto questo con il consenso degli egiziani.
Ma Mosè non crede tanto nell’efficacia della mano di Dio e protesta: “Ecco, non mi crederanno, non ascolteranno la mia voce, ma diranno: Non ti è apparso il Signore!” (4,1). Questa è la terza obiezione di Mosè a cui Dio risponde dandogli tre segni. Questa volta però non si tratta di segni al futuro (come in Es 3,12), ma di segni verificabili immediatamente: il bastone che si trasforma in serpente, la mano che diventa lebbrosa e la capacità di trasformare l‘acqua del Nilo in sangue.
Come vedremo nei prossimi capitoli, questi segni hanno come sfondo storico il mondo della magia egiziana; infatti anche i maghi del faraone saranno capaci di compierli (cf 7,8-11).
Quello che vorrei sottolineare è l’insistenza sul termine “mano” (yad) che ricorre per otto volte (4,2; 4,4; 4,6; 4,7) a cui si deve aggiungere una variante
kaf (4,4b) che ricorre soltanto una volta. Per ben nove volte, dunque, ci si
riferisce alla mano di Mosè. Cosa può voler dire questa insistenza? Probabilmente è un modo per vincere l’incredulità di Mosè: Dio che ha la “mano forte“ (yad), rende forte la mano di Mosè per permettergli di compiere l’opera che gli affida.
Ma Mosè ancora una volta oppone resistenza (e siamo alla sua quarta obiezione): “Mio Signore, io non sono un buon parlatore; non lo sono mai stato prima e neppure da quando tu hai cominciato a parlare al tuo servo, ma sono impacciato di bocca e di lingua” (4,10). Come dire: anche se mi dai una mano forte e cioè la capacità di agire, io non sono la persona adatta per fare quello che tu vuoi da me perchè non so parlare. A questo punto Dio comincia a perdere la pazienza: “Chi ha dato una bocca all’uomo o chi lo rende muto o sordo, veggente o cieco? Non sono forse io, il Signore? Ora va’! Io sarò con la tua bocca e ti insegnerò quello che dovrai dire” (vv.11-12).
Ma nonostante questa parola forte di Dio, Mosè non si decide ancora a dire di sì e mette le mani avanti per la quinta volta: “Allora la collera del Signore si accese contro Mosè e gli disse: Non vi è forse il tuo fratello Aronne, il levita? Io so che lui sa palare bene. Anzi sta venendoti incontro. Ti vedrà e gioirà in cuor suo.” (v.14). E così, il Signore costringe Mosè ad eseguire il suo ordine.
Agli occhi di Dio non c’è posto per le scuse di Mosè, le sue giustificazioni sono inaccettabili. Il fatto che non sa parlare viene risolto dall’aiuto di Aronne che si era già messo in cammino per raggiungere Mosè. In questo fatto bisogna riconoscere l’azione di Dio che spiana la strada e risolve le difficoltà.
I vv.10-17 ci aiutano a comprendere il senso profondo della profezia in Israele. Quando diciamo “profeta” noi siamo abituati a pensare a uno che predice il futuro, che riesce a vedere più in là di ciò che vedono gli altri, che anticipa i tempi. Nella nostra mentalità il profeta è un precursore, un pioniere. Nella Bibbia invece il profeta è semplicemente colui che riferisce le parole di Dio, colui che parla a nome suo, oggi diremmo l’interprete, il portavoce. Con una bella immagine molti testi biblici presentano il profeta come la “bocca di Dio” (cf Ger 15,19; Is 6,5-7; Ger 1,9; Ez 3,1-3).
Dio parla personalmente attraverso il profeta. Per questo in Es 4,15-16 si dice che Aronne sarà come la bocca di Mosè e Mosè farà nei suoi confronti le veci di Dio.
Riprendendo quanto abbiamo appena detto, possiamo dire che , in questo testo, Dio si rivela attraverso la sua onnipotenza: è un Dio che agisce nella storia con la potenza del suo braccio e la sua destra è invincibile. Inoltre si rivela, ancora una volta, come un Dio che, in tutta la sua onnipotenza, sceglie un Mosè balbuziente, che ha bisogno dell’aiuto del fratello per far giungere al popolo e al faraone ciò che ha udito dal Signore. La scelta dei deboli è una costante dell’agire di Dio nella storia: il Signore fa grandi cose attraverso i piccoli (cf 1Cor 1,27-28; Gc 4,5).
Concludiamo la lettura di questo testo dell’Esodo ripensando alla collera del Signore che si accende contro Mosè che rifiuta di obbedire. E’ la stessa collera che Gesù prova verso coloro che lo seguono senza comprendere veramente la sua identità. Lasciamoci dunque interrogare da questa domanda di Gesù: “O generazione incredula! Fino a quando starò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? (Mc 9,19).
A cura di
Cristina Gazzetto e Giovanni Giuranna
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