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MISSIONE DI MOSE'
Es 3,7-15
Palazzolo
Milanese, 3 dicembre 1996 - Nel testo di Es 3,6 Dio aveva iniziato a presentarsi: “Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe”. Si presenta dunque come il Dio dei padri. Nel testo letto questa sera, l’autopresentazione di Dio continua. Il Signore descrive se stesso, la sua identità attraverso cinque verbi molto importanti: 1) ho osservato; 2) ho udito; 3) conosco; 4) sono sceso; 5) per liberarlo e farlo uscire (questi ultimi due verbi li possiamo considerare insieme).
E’ un Dio che vede, che ascolta, che conosce. Il testo dice: “Conosco infatti le sue sofferenze” (v.7). Perché è in grado di vedere e di ascoltare? Perché conosce. Quell’ “infatti” è fondamentale: è perché lo conosco che vedo e ascolto. Conoscere, nella mentalità ebraica, non è soltanto una questione intellettuale, ma implica sempre un’esperienza. E’ un conoscere che dice sempre una profonda partecipazione. “Conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo” (vv.7-8).
Questi primi tre verbi esprimono quindi l’attenzione di Dio verso Israele: Dio vede, ascolta, conosce. Ma che cosa vede? La miseria: “Ho osservato la miseria del mio popolo...” (v.7). E che cosa ha udito? Il suo grido: “Ho udito il suo grido...” (v.7). Cosa conosce? Le sue sofferenze: “Conosco infatti le sue sofferenze...” (v.7).
Dopo aver visto e udito Dio passa all’azione: scende. Lo leggiamo anche in Isaia: “Se tu squarciassi i cieli e scendessi” (Is 63,19b). Dio scende, si china sull’uomo. L’ha fatto più volte nella storia. Non è un Dio altezzoso, superbo, ma un Dio che si abbassa e questo “abbassamento” si compirà pienamente in Gesù (cf Fil 2,6-11: il brano della
kenosi, cioè dello svuotamento-annientamento di Dio). In un altro brano si dice: “Da ricco che era, si è fatto povero per voi...” (2 Cor. 8,9).
Questa discesa di Dio non è fine a se stessa: Dio non scende per restare inerte, ma per agire, per liberare il suo popolo e per farlo uscire dall’Egitto. Gli promette un paese dove scorre “latte e miele” (immagine mitica per descrivere una specie di paradiso in cui c’è ogni sorta di bene). Questa terra che Dio darà a Israele è già abitata da altri popoli: i cananei, gli hittiti, gli amorrei, ecc..., ma Dio permetterà a Israele di entrarvi e di godere pienamente dei beni di quella terra.
Al v.9 viene sottolineato ancora il fatto che Dio “ode” il grido e “vede” l’oppressione a cui è sottoposto il popolo, di fronte a questa situazione, manda Mosè: “Ora va’!” (v.12). In questo mandato appare chiaro il passaggio dall’agire di Dio alla missione dell’uomo: Dio agisce nella storia attraverso Mosè.
Dal v.10 al v.15, abbiamo questa struttura narrativa:
3,10: Prima richiesta di Dio (Dio farà altre due richieste a Mosè e tutte e tre le volte appare il verbo “va’”: Es 3,16-22 e 4,12);
3,11: Prima obiezione di Mosè;
3,12: Prima risposta di Dio;
3,13: Seconda obiezione di Mosè;
3,14-15: Seconda risposta di Dio.
Alla prima obiezione di Mosè: “Chi sono io per andare dal faraone?” (3,11), Dio risponde dicendogli chi è Lui: “Io sarò con te” (v.12). In questa risposta viene anticipato il senso del nome di Dio, YHWH, che sarà rivelato più avanti. E a Mosè dice: “Eccoti il segno che io ti ho mandato: quando tu avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, servirete Dio su questo monte” (v.12).
In questo segno (e cioè nel fatto che Israele vive nel servizio di Dio e non più nella schiavitù) viene anticipato tutto il senso del racconto dell’Esodo: Israele non solo è liberato dalla schiavitù, ma viene reso libero, cioè servo di Dio. Se notiamo bene il segno è posto al futuro: “...quando tu avrai... servirete Dio...”. E’ un segno, dunque, che Mosè potrà verificare soltanto dopo essersi fidato.
Anche la prima risposta di Dio presuppone un atto di fiducia : “Io sarò con te!”. Se tu ti fidi, io sarò con te. Dio non lo si anticipa mai e l’azione di Dio non si può prevenire: la si coglie solo dopo che è passata.
Al v.13 troviamo la seconda obiezione di Mosè: “Ecco io arrivo dagli Israeliti e dico loro: Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi. Ma mi diranno: Come si chiama? E io che cosa risponderò loro?”. A questo punto Dio rivela a Mosè il suo nome proprio, il tetragramma sacro che gli ebrei per rispetto non pronunciano mai: YHWH (=Yahvè). Al suo posto dicono “Adonai”, che significa Signore.
Il significato preciso di YHWH è discusso: ci sono varie ipotesi. La CEI traduce così: “Io sono colui che sono”. Siamo sulla linea del catechismo di Pio X che dice “Dio è l’essere perfettissimo creatore e Signore di tutte le cose”. Ma evidentemente questa interpretazione è troppo filosofica e non appartiene al mondo della Bibbia. Un’altra interpretazione può essere questa: “Io sono chi sono!”, cioè io sono chi mi pare (una sorta di rifiuto a rispondere). Questo aspetto c’è, ma non è prevalente. C’è, invece, una terza interpretazione che è la più accettabile: “Io sono colui che c’è”, che è con te, che è presente. Io sono colui che ci sono, colui che è presenza. Io sono colui che tu scoprirai presente, giorno per giorno, nella tua vita (cf nota della Bibbia di Gerusalemme a Es 3,13).
Nell’ultimo versetto, il v.15, Dio si presenta ancora come il “Dio dei vostri padri...” per sottolineare il fatto che è un Dio che è entrato nella storia dei padri e che continua anche oggi a entrare nella storia. E’ così che Dio vuole essere ricordato: “Questo è il mio nome per sempre: questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione” (v.15b).
Concludiamo con una domanda: siamo consapevoli che il nostro Dio non è un Dio lontano, ma un Dio che è sempre con noi? Isaia lo chiamerà “Emmanuele”- Dio con noi (cf Is 7,14; 8,10; 9,5; Mt 1,23; Ap 21,3). E siamo coscienti che, come dice S.Agostno, il nostro Dio è più intimo a noi di noi stessi?
A
cura di Cristina Gazzetto e Giovanni Giuranna
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