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IL VITELLO D'ORO
Es 32,1-35
Palazzolo
Milanese, 20 maggio 1997 -
Per motivi di tempo siamo costretti a saltare dal capitolo 20 (il capitolo delle “dieci parole”, dei dieci comandamenti) al capitolo 32, nel quale si racconta l’episodio eclatante e del tutto inatteso dell’infedeltà di Israele. Mosè è ancora sul monte Sinai con il Signore e il popolo, a valle, si dà un gran da fare per infrangere l’alleanza appena stipulata. Alla fede in YHWH Israele di fatto preferisce le “sicurezze” dell’idolo, un dio che si può vedere, toccare, un dio concreto...
Prima però di addentrarci nell’analisi del capitolo 32 conviene ricordare velocemente il contenuto dei capitoli che non riusciamo a leggere.
Dopo le “dieci parole” del capitolo 20 il libro dell’Esodo presenta una raccolta di leggi e costumi chiamata “codice dell’alleanza” (cf Es 24,7), che si estende da 20,22 a 23,19 (con il prolungamento redazionale dei versetti 20-33).
Ad essa segue il racconto della conclusione dell’alleanza (24,1-18) e una lunga serie di prescrizioni liturgiche sulla costruzione del santuario (25,1-31,18) a cui corrispondono i capitoli 35-40, nei quali si descrive l’attuazione di tali prescrizioni.
Il codice dell’alleanza meriterebbe una lettura più attenta... Per quanto ci riguarda accenno solo alcuni punti di maggiore interesse:
- Nel codice dell’alleanza è contenuta la legge del taglione (“occhio per occhio, dente per dente”: Es 21,23-25). Per comprenderla nel suo vero significato leggiamo la nota della Bibbia di Gerusalemme a 21,23. Pur essendo una norma abbastanza brutale, “occhio per occhio” è comunque un freno alla violenza: se uno ti cava un occhio, non sei autorizzato a rompergli tutte le ossa o addirittura ad ucciderlo!
- L’amore verso i nemici non è una prerogativa esclusiva del Nuovo Testamento come spesso si sente dire, quasi che il Dio dell’Antico Testamento comandasse solo l’amore del prossimo, cioè dei propri parenti e connazionali, e Gesù ci avesse portato invece la novità assoluta dell’amore del nemico... Certo, la parola di Gesù radicalizza il messaggio dell’Antico Testamento, lo conduce fino alle estreme conseguenze, lo porta a compimento, ma non lo contraddice... Già l’Antico Testamento conosceva in qualche modo il dovere di rispettare i propri nemici e di prendersi cura di loro: si legga Es 23,4-5 (notando le differenze con il passo parallelo di Dt 22,1-4).
- Anche l’amore al prossimo, e in particolare al povero, al debole, allo straniero... trova espressione nel codice dell’alleanza: Es 22,15 (violenza a una ragazza), 22,20-26 (straniero / vedova / orfano = povero), 23,1-3.6-9 (dovere di giustizia a favore del povero).
Fatti questi brevi cenni, mettiamoci in ascolto del capitolo 32. “Il popolo, vedendo che Mosè tardava a scendere dalla montagna, si affollò intorno ad Aronne... “ (v.1): Israele non è paziente, non sa attendere e ha la smania di dare un volto concreto al Dio che adora. Così chiede ad Aronne: “Facci un dio che cammini alla nostra testa, perché a quel Mosè,
l’uomo che ci ha fatti uscire dal paese d’Egitto (?!), non sappiamo che cosa sia accaduto” (v.1b). Si noti che il popolo non menziona YHWH, ma attribuisce l’esodo a Mosè.
Aronne cede al desiderio del popolo e organizza lui stesso la fabbricazione dell’idolo. Non è un caso che Dio sia raffigurato attraverso un vitello (vedi nota BJ: cc 32-34; in Egitto infatti, nella città di Menfi, si venerava il toro sacro
Apis!). Notare l’insistenza “Ecco il tuo Dio, o Israele!” (vv.4 e 8).
Aronne proclama: “domani sarà festa in onore di YHWH!” (v.5b), ma evidentemente si tratta di una contraffazione. Infatti, non è YHWH il dio che adorano, tanto che il Signore si adira e avverte Mosè, facendo per giunta ironia sulle parole del popolo: “Va’, scendi perché il
tuo popolo che tu hai fatto uscire dal paese d’Egitto si è pervertito. Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che
io avevo loro indicata!”. Nel momento di crisi YHWH rigetta Israele e, facendo eco alle parole degli Israeliti, attribuisce a Mosè l’esodo dall’Egitto. In un impeto di rabbia si sfoga con Mosè: Questo è il tuo popolo!
Mosè intercede, supplica il Signore... Ma non teme di essere sfrontato e dice (mettendo... i puntini sulle i):
“Perché, Signore, divamperà la tua ira contro il tuo popolo, che
tu hai fatto uscire dal paese d’Egitto con grande forza e con mano potente? Perché dovranno dire gli Egiziani: Con malizia li ha fatti uscire per farli perire tra le montagne e farli sparire dalla terra? Desisti dall’ardore della
tua ira e abbandona il proposito di fare del male al tuo popolo. Ricordati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato
per te stesso...” (32,11-13).
Con queste parole, che lasciano trasparire la grande intimità esistente con il Signore, Mosè ricorda a Dio:
1) che Israele è il suo popolo (= di YHWH);
2) che gli Egiziani diranno: YHWH è cattivo!;
3) inoltre ricorda a Dio gli impegni da Lui presi con la “radice” santa di questo popolo (= Abramo, Isacco e Giacobbe).
Al versetto 15 vediamo Mosè scendere “dalla montagna con in mano le due tavole della Testimonianza” (v.15), scritte da Dio. Giosuè, che era salito sul monte con Mosè (Es 24,13), sente che dall’accampamento si alza un gran chiasso e dice a Mosè: Laggiù si combatte! Mosè gli risponde: Questi non sono rumori di guerra... “Il grido di chi canta a due cori io sento” (v.18). A valle infatti si sta svolgendo una celebrazione “liturgica” in onore di un dio falso, che ha bocca e non parla, occhi e non vede, orecchi e non ode... (cf Sl 115,4-7). Il Dio vero, pensa Mosè, è quello incontrato sul monte, quello che ha scritto la legge per Israele su due tavole di pietra.
Man mano che si avvicina all’accampamento, Mosè comincia a distinguere quello che sta succedendo: “vide il vitello e le danze. Allora si accese l’ira di Mosè...” (v.19). E’ interessante notare che Mosè aveva cercato di frenare l’ira di Dio, non gli aveva permesso di portare a termine il suo proposito di distruggere il popolo... Eppure, quando arriva al campo esplode: spezza le tavole di una legge che è già infranta nei cuori della sua gente, frantuma il vitello, lo riduce in polvere e getta tutto nell’acqua che fa poi trangugiare agli israeliti... Quindi, se la prende con il fratello Aronne, nel quale vede il responsabile del peccato del popolo (cf anche il v.25). Aronne cerca di difendersi, ma ci riesce in modo maldestro. Visto “che il popolo non aveva più freno, perché Aronne gli aveva tolto ogni freno” (v.25), Mosè purifica il popolo con la spada. A voce alta dichiara: “Chi sta con YHWH venga da me! (v.26). Con questo grido chiede al popolo di prendere posizione: o con me e YHWH o con gli idoli. Segue uno scontro sanguinoso che è presentato come un’opera di “pulizia” perché il male sia estirpato dal popolo.
“Il giorno dopo” (v.30) Mosè torna ad essere l’intercessore del popolo presso YHWH. Dice il versetto 31: “Mosè ritornò dal Signore e disse: Questo popolo ha commesso un grande peccato: si son fatti un dio d’oro” (v.31). Per ben due volte il testo ripete che si tratta di un “grande peccato” (vv.30-31). Ma poi prosegue, mostrando così uno dei tratti più belli della sua figura, e cioè la sua solidarietà con il popolo che gli è stato affidato: “se tu perdonassi il loro peccato... E se no, cancellami dal tuo libro che hai scritto!”. Mosè cerca di ottenere la salvezza per il popolo e si identifica con esso al punto che, se il popolo verrà destinato alla distruzione, preferisce morire con loro piuttosto che salvarsi da solo.
Concludiamo con qualche domanda che ci aiuti ad esaminare la nostra vita alla luce della Parola che abbiamo ascoltato:
- Quante volte anche noi, pur essendo convinti di servire Dio, adoriamo degli idoli?
- Quanta nostra pastorale in realtà non è altro che idolatria?
- Quante volte scambiamo per volontà di Dio quello che è solo un nostro progetto, un’opera delle nostre mani... e, così facendo, dimostriamo di adorare unicamente noi stessi?
A cura di
Cristina Gazzetto e Giovanni Giuranna
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