L'ALLEANZA RINNOVATA

Es 34,1-35

Palazzolo Milanese, 27 maggio 1997 - Concludiamo la lettura dell’Esodo con il capitolo 34, che narra la rinnovazione dell’alleanza infranta da Israele. Il brano è preceduto da una serie di trattative che Mosè conduce per indurre Dio ad avere pietà del popolo peccatore. Abbiamo già visto l’intercessione coraggiosa contenuta in Es 32,31-32: “Questo popolo ha commesso un grande peccato: si son fatti un dio d’oro. Ma ora, se tu perdonassi il loro peccato... E se no, cancellami dal tuo libro che hai scritto!”. Il Signore, però, non accetta la proposta di Mosè e gli risponde: “Io cancellerò dal mio libro colui che ha peccato contro di me” (Es 32,33). Quindi, lo invita a condurre il popolo verso la terra promessa. 
Il Signore assicura a Israele la protezione di un angelo che scaccerà i nemici che incontrerà lungo la strada, ma si rifiuta di essere ancora presente in mezzo al popolo: “Va’ pure verso la terra dove scorre latte e miele... Ma io non verrò in mezzo a te per non doverti sterminare lungo il cammino, perché tu sei un popolo di dura cervice” (Es 33,3). Sono parole dure. “Il popolo udì questa triste notizia e tutti fecero lutto: nessuno più indossò i suoi ornamenti” (Es 33,4). 
Intanto, la mediazione di Mosè va avanti. Gli incontri con Dio si svolgono presso la tenda che si trovava “fuori dell’accampamento, ad una certa distanza dall’accampamento” (Es 33,7: segno di una comunione non ristabilita? Cf invece Nm 2,2-17, dove la tenda appare al centro dell’accampamento). “Quando Mosè entrava nella tenda, scendeva la colonna di nube e restava all’ingresso della tenda. Allora il Signore parlava con Mosè” (Es 33,9). Il popolo seguiva gli sviluppi, standosene fuori, in piedi. 
L’andamento del racconto dà l’impressione che le trattative procedessero a rilento: “Il Signore parlava con Mosè faccia a faccia, come un uomo parla con un altro. Poi questi tornava nell’accampamento, mentre il suo inserviente, il giovane Giosuè, figlio di Nun, non si allontanava dall’interno della tenda” (Es 33,11).
In Es 33,13 Mosè prova a forzare la mano: “Considera che questa gente è il tuo popolo!”. A queste parole il Signore promette: “Io camminerò con voi e ti darò riposo” (33,14). Mosè non sembra convinto e riprende: “Se tu non camminerai con noi, non farci salire di qui. Come si saprà dunque che ho trovato grazia ai tuoi occhi, io e il tuo popolo, se non nel fatto che tu cammini con noi? Così saremo distinti, io e il tuo popolo, da tutti i popoli che sono sulla terra” (33,15-16). La duplice ripetizione “io e il tuo popolo” mostra ancora una volta che Mosè si identifica fino in fondo con il popolo che il Signore gli ha affidato. Poteva distinguersi in quanto non aveva preso parte al peccato di Israele, ma non lo fa per solidarietà con “i suoi”. Il Signore allora cede alle richieste di Mosè e gli promette: “Anche quanto hai detto io farò, perché hai trovato grazia ai miei occhi e ti ho conosciuto per nome” (Es 33,17). Sono parole di grande affetto, che dimostrano l’intimità di Mosè con il Signore. La scena che segue lo testimonia con maggiore evidenza. Mosè osa chiedere quello che nessuno mai aveva avuto l’ardire di domandare: “Mostrami la tua Gloria!” (33,18). E il Signore lo porta con sé nella cavità di una rupe, da dove può contemplare - protetto dalla mano di Dio - tutto lo splendore della sua divinità. Pur mostrandosi solo di spalle (v.23), il Signore si manifesta personalmente a Mosè (l’episodio è prova della grande familiarità esistente tra Dio e Mosè).
A questo punto, il Signore si rende disponibile a rinnovare l’alleanza. Dice infatti a Mosè: “Taglia due tavole di pietra come le prime. Io scriverò su queste tavole le parole che erano sulle tavole di prima, che hai spezzate” (Es 34,1). Il testo insiste che l’alleanza rinnovata è una riproposizione della prima alleanza, alle stesse condizioni. La cosa non è senza significato, dal momento che YHWH avrebbe potuto imporre al popolo una seconda alleanza a condizioni meno vantaggiose della prima a causa del comportamento scorretto del popolo. Invece, si mostra magnanimo e non infierisce. 
Questo tratto affiora in forme ancora più evidenti al versetto 6: “Il Signore passò davanti a Mosè proclamando: YHWH, YHWH, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà...”. Il nome del Dio di Israele è “Misericordioso” (rachûm, “misericordioso”, ha la stessa radice di rachamim, che significa “utero, viscere, cuore” e conseguentemente indica un sentimento viscerale di “misericordia”, un “amore” che nasce dal profondo...). Il castigo che Dio, in nome della sua giustizia, infligge dura al massimo quattro generazioni, il suo favore invece arriva fino a mille generazioni!
Di fronte a questa rivelazione di Dio “Mosè si curvò in fretta fino a terra e si prostrò” (34,8). E con la bocca nella polvere sussurrò ancora una volta: “Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, mio Signore, che il Signore cammini in mezzo a noi. Sì, è un popolo di dura cervice, ma tu perdona la nostra colpa e il nostro peccato” (34,9). E’ la richiesta che Dio sia nuovamente per il popolo l’Emmanuele (il Dio-con-noi). Ancora una volta Mosè si identifica fino in fondo con il popolo e fa sue le mancanze e i peccati commessi da Israele. La supplica di Mosè termina con un’invocazione meravigliosa: “fa di noi la tua eredità!” (v.9). Il Signore accetta e si riconcilia con il suo popolo, stringendo con lui l’alleanza. Ma gli ricorda le esigenze di questo patto: “Tu non devi prostrarti ad altro Dio, perché YHWH si chiama Geloso: egli è un Dio geloso” (v.14). Come abbiamo detto, la gelosia/zelo del Signore è segno della sua passione profonda per il popolo: il Signore ama Israele, ma vuole che il suo amore sia corrisposto e preso sul serio. I versetti che seguono sono una ripresa di varie norme, soprattutto in relazione al culto.
Il capitolo si conclude con la discesa di Mosè dal monte. “Mosè rimase con il Signore quaranta giorni e quaranta notti senza mangiar pane e senza bere acqua” (v.28). Quando scese, a causa del tempo trascorso insieme al Signore, “la pelle del suo viso era raggiante, perché aveva conversato con lui” (v.29). Il suo volto era trasfigurato: la luce di Dio lo attraversava e lo rendeva luminoso Di qui, attraverso la traduzione latina della Vulgata, deriva il motivo iconografico di Mosè con le corna (vedi nota della Bibbia di Gerusalemme a Es 34,29). 


Al termine di questo viaggio percorso insieme sulle piste dell’Esodo, l’invito rivolto a tutti è di approfondire ulteriormente (con gli strumenti dell’esegesi, ma soprattutto con la sapienza del cuore) il senso profondo di queste pagine. Lungo le strade della missione questo libro continuerà ad accompagnarci, custodendo per noi l’immagine di un Dio che non conosciamo ancora abbastanza: YHWH, il liberatore!

 

A cura di Cristina Gazzetto e Giovanni Giuranna