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RITORNO DI MOSE' IN
EGITTO
Es 4,18-31
Palazzolo
Milanese, 17 dicembre 1996 - La volta scorsa abbiamo finito di leggere la scena dell’incontro di Mosè con Dio sul monte Sinai (Es 3,16-4,17). Il brano letto questa sera è considerato di transizione e racconta il viaggio di Mosè dal paese di Madian all’Egitto.
Al cap. 5 poi inizia una sezione narrativa unitaria centrata sull’incontro-scontro tra Mosè e il faraone che si concluderà con le piaghe, la pasqua e il passaggio attraverso il mare. Dal momento che si tratta di un brano di transizione, anche noi non lo analizzeremo dettagliatamente, ma ci limiteremo solo agli elementi più significativi.
I vv.18-20 raccontano il ritorno di Mosè dal monte Sinai al paese di Madian e il dialogo tra Mosè e il suocero Ietro in cui Mosè chiede e ottiene il permesso di partire per l’Egitto. Infine, sempre negli stessi versetti, si raccontano i preparativi pratici del viaggio: “Mosè prese la moglie e i figli, li fece salire sull’asino e tornò nel paese d’Egitto. Mosè prese in mano anche il bastone di Dio” (v.20).
Quest’ultima parte del v.20 “Mosè prese in mano anche il bastone di Dio”, mette in evidenza la consapevolezza di Mosè di essere uno strumento della volontà di Dio. Questa consapevolezza è sottolineata anche dal v.19 in cui si dice: “Il Signore disse a Mosè in Madian: va’, torna in Egitto,
perché sono morti quanti insidiavano la tua vita!”. Faccio notare che questo versetto sarà ripreso nel Vangelo di Matteo (2,20) quando, dopo la morte di Erode, Gesù ritorna dall’Egitto con i suoi genitori perché “sono morti coloro che insidiavano la vita del bambino”.
Dunque Mosè si mette in viaggio per tornare dai suoi “fratelli che sono in Egitto per vedere se sono ancora vivi” (Es 4,18). Durante il viaggio Mosè comincia a capire che la sua missione comporterà molti problemi: prima di tutto ci sarà uno scontro con il faraone che non vorrà lasciare partire il popolo e indurirà il suo cuore (vv.21-23).
E qui compare il tema dell’indurimento del cuore del faraone che tornerà più volte durante tutto il racconto delle piaghe. In alcuni testi si dice che è YHWH a indurire il cuore del faraone (Es 4,21;7,3; 9,12; 10,1.20.27; 11,10; 14,17); in altri testi l’indurimento sembra essere responsabilità dello stesso faraone (Es 7,13.14.22; 8,11.15.28; 9,7.35). Questo tema ci introduce in un grande mistero che resta difficile da decifrare: perché il cuore del faraone si ostina, si indurisce? E, soprattutto,
perché si dice che è stato Dio a rendere ostinato il suo cuore? Per ora lasciamo aperte queste domande che esamineremo in seguito quando leggeremo alcuni testi delle piaghe.
Riprendendo quello che dicevamo, lungo il viaggio Mosè comincia a rendersi conto delle difficoltà che lo aspettano. La prima, l’abbiamo vista, la durezza dello scontro con il faraone (ma tutto sommato questo ostacolo era stato annunciato). Nei vv.24-26 invece, che sono un testo abbastanza oscuro e di difficile spiegazione, Mosè si accorge che dovrà lottare anche contro Qualcun’altro: “Mentre si trovava in viaggio, nel luogo dove pernottava, il Signore gli venne incontro e cercò di farlo morire” (v.24). Questo versetto non può non stupirci, anche perchè è stato Dio a chiamare Mosè e non si capisce come mai ora lo voglia uccidere. Ma senza entrare nella complicata esegesi di questo testo, diciamo soltanto che Mosè, come tutti gli amici di Dio, deve affrontare molte prove e passare in mezzo a difficoltà che sono, a volte, umanamente incomprensibili: deve correre tutti i rischi che derivano da questa profonda intimità con Dio.
Il v.25 racconta che Mosè è stato salvato dalla moglie: qui ritroviamo un elemento che abbiamo già incontrato e cioè che la salvezza di Mosè, e più in generale di tutto Israele, passa attraverso delle donne (cf Es 1,17; 2,3-9).
Prima di concludere questa riflessione, vorrei sottolineare altri due aspetti. Innanzitutto quello che si dice nei vv.22-23: “Dice il Signore: Israele è il
mio figlio primogenito” (v.22); “...Lascia partire il mio figlio
perché mi serva” (v.23). In questi versetti Dio si presenta nei confronti di Israele come un
padre. Questa tematica sarà approfondita dai profeti e giungerà fino al NT quando Gesù, rivolgendosi a Dio, lo chiamerà “abbà” che significa padre, ma in un tono molto confidenziale, che potremmo tradurre con “papà” “papi”, “pà”...
Tra i tanti testi biblici che presentano Dio come padre vorrei proporvi un brano, molto bello, di Osea:
“Quando Israele era giovinetto, io l’ho amato e dall’Egitto ho chiamato mio figlio. Ma più lo chiamavo, più si allontanavano da me; immolavano vittime ai Baal, agli idoli bruciavano incensi. Ad Efraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano, ma essi non compresero che avevo cura di loro. Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore; ero per loro come chi solleva un bimbo sulla guancia; mi chinavo su di lui per dargli da mangiare” (Os 11,1-4)
La seconda cosa da sottolineare è la conclusione del brano: lungo la strada verso l’Egitto, Mosè vede Aronne che, mosso da Dio, gli è andato incontro per accoglierlo. Insieme, Mosè e Aronne vanno dagli anziani degli Israeliti e raccontano loro quello che Dio ha detto a Mosè sul monte Sinai. E’ bene notare che Israele ha una reazione diversa da quella che Mosè si aspettava. Come abbiamo visto analizzando le cinque obiezioni di Mosè, per ben due volte egli aveva detto a Dio: “gli Israeliti non mi crederanno” (cf 3,13 e 4,1: seconda e terza obiezione di Mosè).
Ma Israele reagisce così alle parole di Mosè: “Allora il popolo credette. Essi intesero che il Signore aveva visitato gli Israeliti e che aveva visto la loro afflizione; s’inginocchiarono e si prostrarono” (v.31).
Questo versetto presenta la risposta di Israele non come una semplice accettazione di una notizia, ma come una
professione di fede: “Allora il popolo credette”. Sembra proprio una celebrazione liturgica: dopo aver ascoltato la parola di Aronne e dopo aver visto i segni operati da Mosè, il popolo si rende conto che il Signore davvero ha visto la sua afflizione ed è venuto a visitarlo, “gioisce” (come dice la versione greca: cf nota della Bibbia di Gerusalemme a Es 4,31), si inginocchia e si prostra in atto di adorazione e di ringraziamento.
E così Mosè, invece dell’ostilità che pensava di incontrare, si trova davanti alla gioia della fede di Israele che, secondo questo testo, sembrava attendere da tempo questo annuncio di liberazione.
In conclusione, lasciamoci provocare da una domanda. Dopo aver incontrato il Signore sul Sinai, Mosè torna in Egitto sapendo che dovrà affrontare molte prove e molti pericoli. Chiediamoci: siamo pronti a seguire il Signore anche se questo comporterà fatiche, ostacoli e persecuzioni?
A cura di
Cristina Gazzetto e Giovanni Giuranna
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