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PRIMO INCONTRO DI MOSE'
CON IL FARAONE
Es 5,1-6,1
Palazzolo
Milanese, 28 gennaio 1997 -
Con questo brano ha inizio il "braccio di ferro" tra Mosè e il faraone che durerà per tutto il racconto delle piaghe fino al momento in cui il faraone concederà al popolo di partire (o, addirittura, lo caccerà dall'Egitto: Es 12,31).
Il capitolo inizia proprio con l'annuncio al faraone di ciò che Mosè aveva udito da Dio sul monte Sinai: "Dice il Signore, il Dio d'Israele: lascia partire il mio popolo perché mi celebri una festa nel deserto!" (5,1b). Queste parole diventeranno un ritornello durante tutto il racconto delle piaghe (tranne che nella terza e nella sesta) e sarà continuamente ripetuto proprio perché il faraone si ostinerà a non far partire il popolo (7,16; 7,26; 8,16; 9,1; 9,13; 10,3). Alla decima piaga Dio annuncia la morte dei primogeniti d'Egitto e soltanto a questo punto il faraone si convincerà di lasciar partire gli Israeliti (11,1).
Prendendo il testo nel suo insieme, senza addentrarci in un’esegesi dettagliata, possiamo dire che è caratterizzato da quattro rapporti difficili, conflittuali. Il primo è
lo scontro tra il faraone e YHWH. Al versetto 2 il faraone dice: "Chi è il Signore?!". A questo proposito, come ci ricordava all’inizio dell’anno fr.Luca Fallica
[vedi riflessione di fratel Luca], secondo alcuni
midrashim quando il faraone sentì dire "Il Dio degli ebrei" esclamò: "Da quando gli schiavi hanno un Dio?". Allora il faraone cercò nei suoi archivi il nome del Dio degli ebrei; non trovatolo non credette alle parole di Mosè dicendo: "Non lascerò partire il popolo che ha un Dio senza nome, dunque un Dio che non esiste". Mosè allora rispose: "Tu non puoi trovarlo negli archivi e negli elenchi perché quelli sono il cimitero degli dei. Il nostro Dio non ha nome, è vivente eternamente e riceve il nome dalle azioni che compie." (Midrash
Shemot Rabba v.14).
Dunque, il rifiuto del faraone è duplice: non soltanto rifiuta di dare al popolo il permesso di partire ma, come dice ancora fr.Luca, "il suo rifiuto assume i tratti della negazione stessa di Dio: Non conosco il Signore!".
Il secondo rapporto difficile è lo scontro tra il faraone e Israele: "In quel giorno il faraone diede ordini ai sorveglianti del popolo e ai suoi scribi: non darete più la paglia al popolo per fabbricare i mattoni come facevate prima. Si procureranno da sé la paglia. Però voi dovete esigere il numero di mattoni che facevano prima, senza ridurlo. Perché sono fannulloni; per questo protestano: vogliamo partire, dobbiamo sacrificare al nostro Dio. Pesi dunque il lavoro su questi uomini e vi si trovino impegnati; non diano retta a parole false!" (5,6-9). Il faraone inasprisce ancora di più la schiavitù d'Israele, dicendo: "Sono fannulloni". E anche quando gli scribi degli Israeliti vanno dal faraone a reclamare, il faraone ripete ancora: "Fannulloni siete, fannulloni! Per questo dite: vogliamo partire, dobbiamo sacrificare al Signore. Ora andate, lavorate! Non vi sarà data paglia, ma voi darete lo stesso numero di mattoni" (5,17-18). Dunque, il faraone non crede che Israele voglia celebrare un culto al suo Dio, ma pensa che voglia partire solo per non lavorare, perché è un popolo scansafatiche.
Il terzo rapporto difficile è lo scontro tra Israele e Mosè: "Quando, uscendo dalla presenza del faraone, incontrarono Mosè e Aronne che stavano ad aspettarli, dissero loro: Il Signore proceda contro di voi e giudichi; perché ci avete resi odiosi agli occhi del faraone e agli occhi dei suoi ministri, mettendo loro in mano la spada per ucciderci!" (5,20-21). E qui emerge il tema della mormorazione, della lamentela di Israele che non è rivolta soltanto contro il faraone, ma anche contro Mosè: in realtà poi è una protesta contro Dio stesso. Israele non si fida più di Dio, di Mosè e di Aronne: vorrebbe eliminarli "Il Signore proceda contro di voi".
Il quarto rapporto “difficile” è lo scontro tra Mosè e Dio. In questo caso, però, non si può parlare di un vero e proprio scontro, perché Mosè non va contro Dio, ma si rivolge a Lui sconsolato: "Mio Signore, perché hai maltrattato questo popolo? Perché dunque mi hai inviato?" (5,22). La sua domanda è questa: "Perché mi hai inviato?". E’ una domanda che contiene una certa protesta, che rappresenta uno sfogo, un bisogno di capire: “Perché?!”.
A questa domanda YHWH non risponde dando spiegazioni su quanto è accaduto, adducendo ragioni... Preferisce proiettare in avanti lo sguardo di Mosè, oltre la situazione di smarrimento in cui egli si trova. Gli dice: "Ora
vedrai quello che sto per fare..." (6,1). Gli chiede fiducia. E sarà grazie a questa fiducia che Mosè (e tutto Israele) vedrà la salvezza preparata dal Signore (cf Lc 2,30-31).
Dopo il passaggio del mare il libro dell’Esodo dice: "Israele vide la mano potente con la quale il Signore aveva agito contro l'Egitto e il popolo temette il Signore e credette in lui e nel suo servo Mosè" (14,31). Il "vedrai" della promessa è diventato un
"vide", un vedere effettivo! Israele vide... e credette...
Lasciamoci con questa domanda: in ciascuno di noi c'è un “faraone” che ci rende ostinati e ci tiene schiavi, ma al fondo della nostra esistenza è presente anche Dio che vuole la nostra libertà... Quale dei due ascoltiamo di più nella nostra vita? Il “faraone” interiore o lo Spirito Santo che abita nei nostri cuori?
A cura di
Cristina Gazzetto e Giovanni Giuranna
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