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L'ULTIMO POSTO,
GLI ULTIMI E LA CENA PER TUTTI
Lc
14,7-24
Milano, 14
DICEMBRE 2003: Riflessione di Giovanni Giuranna all'incontro di spiritualità
missionaria della Vigna di Nabot.
Il brano si compone di tre quadri, uniti dalla cornice comune dell’invito al banchetto. La parola che ritorna con insistenza nel testo è “invito/invitare/invitati” (11 volte la radice greca
kaléo/chiamare e una volta il verbo phonéo/dare una voce).
1. Lc 14,7-11: Consiglio agli invitati (quando ti invitano ad un banchetto, cerca l’ultimo posto)
2. Lc 14,12-14: Consiglio agli organizzatori di feste (se organizzi un banchetto, invita gli ultimi)
3. Lc 14,15-24: Una cena paradossale che diventa paradigma del modo di fare di Dio: gli invitati rifiutano, il padrone non demorde, gli esclusi sono ammessi e c’è ancora posto…
Una prima osservazione
Tutti e tre i brani mostrano che Gesù non ha un programma predefinito ma si lascia condurre dagli eventi. Il primo brano comincia con l’annotazione: “Osservando come gli invitati sceglievano i primi posti, disse loro una parabola…”. Il verbo usato,
epécho, non sottolinea tanto l’azione del guardare con gli occhi, quanto quella dell’essere attento, del volgere il pensiero ad una certa situazione. Gesù riflette, considera quello che gli accade intorno e su questo dice una parola.
Il secondo brano è presentato come una risposta “a colui che l’aveva invitato”.
Il terzo brano sembra scaturire dall’esclamazione di un commensale che ha sentito le parole di Gesù e commenta: “Beato chi mangerà il pane nel regno di Dio!”.
Leggendo i vangeli si nota che la “pastorale” di Gesù ha un marcato carattere occasionale: il suo insegnamento parte sempre dalla vita, da una situazione reale in cui ci si trova. Volendo dare un nome a questo stile, potremmo parlare di «pastorale dell’incontro» (Gesù cerca di incontrare le persone nella situazione in cui queste si trovano, cogliendo l’attimo che la circostanza offre).
Per Gesù ogni situazione è buona per vivere l’incontro con l’altro: una donna che attinge al pozzo, Zaccheo arrampicato sull’albero, il cieco Bartimeo che gli urla dietro, la Cananea che lo supplica per sua figlia, persino il dottore della legge che gli si avvicina per metterlo alla prova…
Gesù mette al centro della sua azione gli incontri. Pensiamo alla scena dell’emorroissa che lo avvicina in modo anonimo, nascosta nella folla, mentre lui desidera dare un nome e un volto a questo contatto e chiede: “Chi mi ha toccato?”
(Lc 8,45).
Una «pastorale dell’incontro» è per definizione occasionale, itinerante, fortuita. Improvvisa, anche se non improvvisata (dal momento che l’incontro con l’altro è atteso, sperato, interiormente preparato).
Se vuoi incontrare l’altro – e questo vale oggi più che mai – devi saper cogliere l’attimo in cui i suoi occhi incrociano i tuoi: è questo il
kairòs (tempo opportuno) in cui si gioca la possibilità o meno dell’incontro.
Il primo incontro è sempre casuale. L’incontro programmato viene dopo (per esempio, in un rapporto d’amore quando i due si sono “incontrati” desidereranno rivedersi, incontrarsi regolarmente…). L’azione missionaria ha la caratteristica di essere
programmaticamente non programmabile, se non a grandi linee… In fondo, anche Gesù più che un preciso programma pastorale sembrava avere un’intuizione di fondo (il vangelo del Regno), che declinava di volta in volta in base alle situazioni che gli si presentavano. L’unico obiettivo chiaro del suo programma – per stare al vangelo di Luca – è stato “indurire la faccia” e camminare decisamente verso Gerusalemme
(cf Lc 9,51).
Prima scena: consiglio agli invitati (Lc 14,7-11)
Per inquadrare il racconto nella tradizione del Primo Testamento si può leggere Pr 25,6-7 e Sir 31,18. Un testo rabbinico suggerisce “Tienti lontano dal tuo posto [assegnato] due o tre posti e aspetta finché ti si dica: Vieni su. Però non andare avanti prima, perché ti si potrebbe dire: Scendi più giù. E’ meglio che ti si dica: Vieni, vieni su, che non: Scendi più giù, scendi più giù”
(Abot RN 25, citato in Barbaglio-Fabris-Maggioni, I Vangeli, Cittadella, Assisi 1985, p.1151).
Al tempo di Gesù rispettare le gerarchie era una cosa importante, come del resto in tutte le società tradizionali. Non seguire l’ordine gerarchico equivaleva a turbare l’armonia su cui si reggeva la società.
In questo episodio Gesù non annulla le gerarchie sociali, ma dischiude una prospettiva nuova che troverà espressione compiuta in altri passi evangelici
(cf Lc 22,25-27 e Gv 13,4-17). La scelta dell’ultimo posto non è dettata da quella che Comboni chiamava la spiritualità del “collo storto”; è piuttosto l’affiorare di una logica diversa.
All’invitato ambizioso che fa la “prima donna” o addirittura si comporta da padrone in una festa non sua Gesù ricorda che è solo un invitato e tale deve restare.
Ma si può intendere anche in altri sensi. Alla tentazione di avvicinarsi al padrone di casa prendendo le distanze dagli altri il vangelo oppone il comportamento di chi trova la sua gioia nel
partecipare alla festa del padrone insieme agli altri invitati.
L’insegnamento è quello di fare spazio agli altri riconoscendoli per quello che sono (“Cedigli il posto” in fondo vuol dire: “Non vedi che c’è anche lui? Fagli posto!”). Gesù non insegna ai suoi uno stratagemma astuto per avere l’onore dei primi posti, ma uno stile di vita fraterna.
Non sei tu che devi dimostrare agli altri quanto vali o che devi affannarti per costruire un personaggio capace di “arrivare in alto”, ma è l’altro, sono gli altri che sapranno riconoscerti per quello che sei (“Amico, passa più avanti!”).
Questa pagina ha un valore particolare per noi oggi, che viviamo nella società dell’apparire, nella società dell’immagine (un’immagine che è costruita minuziosamente negli studi dei pubblicitari, letteralmente “artefatta”). In fondo, tutti noi – chi più, chi meno, chi in modo consapevole, chi no – passiamo molto tempo a ritagliarci un ruolo o uno spazio di visibilità che ci consenta di sentirci vivi, utili…
Nel nostro mondo essere visti è importante. Ne è prova il fatto che alla TV si moltiplicano, con successo di pubblico, programmi banali come “il Grande Fratello”. D’altra parte, i sociologi e i giornalisti definiscono sempre più spesso i poveri col termine “gli invisibili”.
A questa situazione Gesù offre una via di uscita. Alla prassi ansiogena di chi cerca a tutti i costi di affermare se stesso, il Signore offre un percorso di riconciliazione e armonia: “Se vuoi essere qualcuno, non importi agli altri, ma lascia che siano gli altri a riconoscerti; non perdere tempo a costruire te stesso… Lasciati fare”
(cf l’esempio di Maria: Lc 1,49). La salvezza infatti non sta
nell’essere qualcuno, ma nell’essere qualcuno per qualcun
altro. Al di fuori della relazione non c’è salvezza per l’uomo.
Tornando alla parabola: se cerchi i primi posti, ti perdi il bello della festa, perché restringi il campo visivo, ti concentri su un particolare e non cogli appieno quello che sta succedendo. Se invece fai un passo indietro e ti metti in un angolo, sei in grado di inquadrare bene la scena: adottando un punto di vista decentrato hai una visione d’insieme che ti permette di distinguere il padrone di casa che organizza la festa, gli sposi che ne sono l’occasione e i protagonisti, gli invitati che si muovono intorno e i servi che si danno da fare… In fondo, guardi il mondo come lo vede Dio. Te ne stai da parte (contento di esserci), finché qualcuno non ti coinvolge nelle danze. A quel punto non sei più tu che cerchi affannosamente di affermare te stesso:
è un altro che ti viene incontro e ti chiama all’essere! Non sei tu il
«facitore di te stesso», tutto preso nel costruire la tua maschera pubblica:
è un altro che ti chiama “amico” e ti trascina con lui nel cuore della
festa.
Questo mi sembra il senso profondo del detto evangelico “chiunque si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato”. Ben più del proverbio “chi si loda s’imbroda”. Il vangelo mette in luce una verità scomoda: chi pretende di essere qualcuno, sarà “tapinizzato”. Quando gli uomini capiranno che la logica che regge l’universo è l’amore, apparirà chiaro a tutti che affermare se stessi non vuol dire prendere le distanze dagli altri (considerati pericolosi concorrenti), ma al contrario farsi piccoli per far spazio anche a loro (riconosciuti come fratelli).
Secondo una tradizione ebraica, Dio si restrinse quando creò il mondo, per fargli spazio.
Perché la legge della vita è saper stare insieme, con-vivere, saper stare in relazione.
Secondo quadro: consiglio agli organizzatori di feste (Lc 14,12-14)
Il testo sembra essere collegato al precedente con la parola-gancio: “amico/amici”
(cf v.10 e 12). Vedremo che anche il terzo brano sembra legato al secondo per mezzo del termine “beato”
(cf v.14 e 15).
A chi organizza feste Gesù propone una logica diversa dal consueto: “Quando dai un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi e ciechi”. Come dire: nel costruire la tua gioia fai attenzione a scegliere bene i compagni di strada.
Da notare che il termine greco ptochoì indica i poveri nel senso socio-economico. Gli storpi, gli zoppi e i ciechi rappresentano in qualche modo gli esclusi, i peccatori (vedi l’esempio del cieco nato: Gv 9,1-2), gli inadeguati ad un degno rapporto con Dio (un
disabile era considerato… inabile al sacerdozio: Lv 21,16-24, come pure era vietato offrire in sacrificio a Dio un animale con qualche difetto: cf Es 12,5 e Lv 22,18-25).
Gesù non aveva paura dei poveri, né degli storpi, ciechi e zoppi, come non si faceva problema a frequentare i lebbrosi, le donne, i peccatori, gli stranieri… Il suo messaggio è un invito ad allargare gli orizzonti: “Invece di vivere affidandoti ai vincoli collaudati di
amicizia-parentela-vicinato-convenienza prova a costruire la tua esistenza allacciando legami nuovi con chi non è in grado di ricambiarti. Trova la tua gioia nell’essere aperto a tutti. Anche a chi non
(cor)risponde ai segnali che gli mandi e non è per te motivo di sicurezza! Beato te se farai così, perché assomigli a Dio che non si stanca di avere fiducia negli uomini e di avere rapporti con loro che, per natura, sono incapaci di ricambiare in modo adeguato il suo amore!”.
Questo mi sembra voglia dire la frase “riceverai la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti”: non ti scoraggiare se nessuno ti capisce, il Signore comprende il tuo modo di fare perché anche Lui fa lo stesso… Beato te perché, comportandoti così, dimostri di essere suo figlio!
Terzo quadro: una cena paradossale che diventa paradigma del modo di fare di Dio (Lc 14,15-24)
Ho già detto che il passaggio al terzo brano si realizza con la ripetizione del termine
makários/beato. Sembra quasi che uno dei presenti, sentite le parole di Gesù, se ne esca con un’esclamazione pia e stereotipata. Gesù ha detto “Beato te, perché riceverai la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti!” e il devoto gli fa eco: “Beato chi mangerà il pane nel regno di Dio!”. Silvano Fausti dà un’interpretazione benevola, come se fosse una “congratulazione detta fuori campo” che allude alla vita piena, pregustata dalla comunità cristiana nell’eucaristia. A me sembra piuttosto l’espressione devota di uno che approva le parole di Gesù senza coglierne l’insegnamento profondo.
“Beato chi mangerà il pane nel regno di Dio!”. Gesù sente questa frase e la commenta. Sembra che la giri in forma interrogativa: “Chi mangerà il pane nel regno di Dio?” o anche “Chi sono i buoni che alla fine dei tempi saranno premiati da Dio?”. E per rispondere racconta una strana storia che diventa narrazione esemplare del modo di fare di Dio.
Sintetizzando la trama, potremmo dire: un uomo organizza una grande festa, gli invitati rifiutano adducendo varie scuse (motivi economici, di lavoro, e impegni di famiglia). Di fronte alla mancanza di cortesia, il padrone non si arrende e decide che la festa va fatta lo stesso, per questo estende l’invito agli esclusi della città (poveri – storpi – ciechi – zoppi).
Con grande sorpresa si scopre che nella casa c’è ancora posto… Occorre perciò procedere a un nuovo giro di inviti. Il padrone ordina al servo di spingersi anche fuori città, dove le strade diventano viottoli di campagna delimitati da siepi… (è un riferimento agli stranieri, ai non ebrei, invitati a entrare nella comunità cristiana?). Comunque si intenda, il messaggio della parabola è chiaro: l’invito a cena è rivolto a tutti
(compelle intrare, spingili a entrare).
Senza dare eccessiva importanza alla concatenazione narrativa, ecco i contenuti della parabola:
1. Dio offre un banchetto e invita gli uomini a far festa con lui
2. Tu sei un invitato (il Regno è per te!)
3. Nella tua libertà puoi sempre respingere al mittente l’invito
4. Ma il tuo rifiuto non impedisce a Dio di realizzare il suo piano, perché… il Regno non è solo per te!
5. Nel Regno i poveri hanno un chiaro diritto di precedenza
6. E’ interessante osservare che il Regno non è solo per i poveri (dopo di loro c’è ancora posto…)
7. Ricorda, infine: Dio è buono, ma chi ha scelto di essere ingrato non ha accesso al banchetto.
Giovanni Giuranna
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