SCANDALO, PERDONO, FEDE, SERVIZIO

Lc 17,1-10

 


Milano, 16 MAGGIO 2004: Riflessione di padre Valentino Benigna all'incontro di spiritualità missionaria della Vigna di Nabot. 

Luca colloca qui di seguito due insegnamenti ai discepoli e due istruzioni agli apostoli. I primi tre detti, quello sullo scandalo (o occasione di peccato), sul perdono fraterno e sulla fede, si trovano anche in Matteo e in Marco, ma in contesti differenti; mentre la parabola sul servo è propria di Luca.

1 – Lo scandalo

Il primo insegnamento che Gesù rivolge ai discepoli è circa lo scandalo. 
Scandalizzare, nella Bibbia, significa far cadere, essere per qualcuno occasione di caduta. In pratica, lo scandalo è l’insidia che si pone sulla strada del fratello per farlo cadere. Certo ci sono parecchi modi di “far cadere” uno, nel campo morale e religioso:
* La tentazione, che esercitano, satana o le persone
* La prova, in cui Dio pone il suo popolo o il suo figlio.
Questi sono scandali, secondo la Scrittura; si tratta sempre, in ogni modo, della fede in Dio e non in senso moralistico.
Così, per esempio, Cristo è stato scandalo per i capi religiosi della sua nazione.

Nel testo in esame, però, lo scandalo riguarda la vita della comunità, e più precisamente i rapporti tra i credenti. Il comportamento di un discepolo può mettere in crisi la fede di un altro, non abbastanza stabile e maturo. I “piccoli” di cui parla Luca possono essere identificati con questi deboli e instabili nella fede. Quindi, secondo Gesù, la comunità non è costituita solo dei giusti, ma anche dei “piccoli”, dei “fragili”, anzi suppone che essi siano accolti e costituiscano il centro delle cure e preoccupazioni del gruppo dei credenti. Anche Paolo, nelle sue lettere, raccomanda l’attenzione e l’accoglienza verso di essi (1 Cor 8, 9.13); inoltre, esorta i fratelli più forti e maturi a non essere causa di peccato o di scandalo ai fratelli più deboli (Rm 14, 13 ss.).

Gesù, sebbene personalmente sia stato segno di contraddizione, è venuto, con il compimento della nuova alleanza, a mettere fine al grande scandalo della rottura tra l’uomo e Dio; ecco perché Gesù, secondo Mt 18, 6, condanna i fautori di scandalo nei confronti “di questi piccoli che credono in me”.
Egli sa, tuttavia, che questi scandali sono inevitabili: falsi dottori (2 Pt 2, 1) o seduttori, come l’antica Iezabèle (Ap 2,20), sono sempre all’opera; essi turbano e scandalizzano i deboli nella fede, facendo loro correre il pericolo di cadere in balia di quelli che dovrebbero, invece, essere saggi.
Quando la comunità cade nella tentazione di trasformarsi in un cenacolo di ottimali, nel quale sono ammessi solo i perfetti e dimenticati gli indifesi, gli ignoranti, i peccatori, essa tradisce la verità originale del vangelo.
Gesù visitò i “piccoli” (pubblicani, prostitute, lebbrosi, infermi) e offrì loro tutta la forza del suo amore. Tale dovrebbe essere anche il nostro atteggiamento.
La libertà cristiana non è autentica se non è pervasa di carità (Gal 5, 13); la fede non è vera se non sostiene la fede dei fratelli.

2 – Il perdono fraterno

Il secondo insegnamento, come conseguenza del primo, tocca un’altra struttura fondamentale della vita di comunità: la riconciliazione e il perdono. 
L’intenzione di Gesù è molto evidente: ricostruire a tutti i costi i rapporti fraterni spezzati o messi in crisi dalle tensioni all’interno della comunità cristiana; e questo senza limiti, a misura, quindi, della fragilità umana. Certo, Luca suppone che la ricomposizione della fraternità sia frutto di due disposizioni convergenti: da una parte la conversione del fratello che pecca, dall’altra il perdono del fratello offeso.
La comunità è costituita di peccatori, che sperimentano continuamente la vicinanza e l’accoglienza di Dio attraverso il perdono fraterno. Gesù, infatti, afferma che Dio non può perdonare a chi non perdona, e che, per domandare il perdono di Dio, occorre perdonare al proprio fratello (Mt 18, 23-35). La preghiera del “Padre nostro”, che ripetiamo ogni giorno, ci impedisce di dimenticare tale insegnamento del Maestro.
Cristo va ancora più lontano, presentandoci il Padre quale modello di misericordia, che dobbiamo imitare per essere suoi veri figli (Lc 6, 35 – Mt 5, 43-48); e perciò comanda a Pietro di perdonare instancabilmente, in opposizione al peccatore che tende a vendicarsi senza misura (Mt 18,21 ss.). 
Le lettere degli apostoli ci ricordano che, per vincere il male con il bene, il cristiano deve sempre perdonare, e perdonare per amore, come Gesù, come il Padre suo (Rm 12, 21; 1Pt 3, 9; Col 3, 13; Ef 4, 2).
La chiesa non può agire direttamente su colui che fa male e si mette volontariamente fuori della comunità; ma a colui che torna deve offrire una parola di perdono. 

Spezzare la logica ripetitiva della nostra storia

“Gesù non è un ingenuo: non esige la passività, non chiede di rinunciare alla lotta contro il male. Egli vuole mostrare che l’equivalenza nel male, fosse anche nel nome della giustizia, non trasforma la società umana. 
Ci vuole un atteggiamento che non si misuri su quanto è stato già fatto: occorre un gesto che innovi, un gesto creatore. Altrimenti si rimane inevitabilmente chiusi entro la logica ripetitiva, e questa logica ha come termine l’esclusione o la morte di almeno uno dei due antagonisti.
Il perdono rappresenta tale innovazione: esso crea uno spazio nel quale la logica immanente alle equivalenze giudiziarie non ha più corso.
Il perdono non è l’oblio del passato, è il rischio di un avvenire diverso da quello imposto dal passato o dalla memoria. E’ un invito all’immaginazione. In effetti, l’equivalenza giuridica traccia la strada che devo seguire. Il perdono invece cancella ogni traccia. Bisogna avventurarsi da soli nell’incontro con l’altro.
“Occhio per occhio” è riposante perché l’atto è predeterminato, ma se rifiutiamo l’equivalenza, se riteniamo che un occhio particolare non varrà mai un altro occhio particolare, e che il danno fatto all’altro non compenserà mai la perdita del primo, che in questo modo ci sarà solo un accumulo di mali, allora bisogna che inventiamo un atteggiamento che nessuna regola determina. Dobbiamo mettere in atto immaginazione e creatività.
Si poteva prevedere l’avvenire del paralitico non perdonato e non guarito, quello dell’adultera condannata o degli accusatori di Gesù non perdonati; ma non è più possibile dire quale sarà il loro avvenire dal momento che è stata spezzata la legge della ripetizione, o quella dell’equivalenza. 
Il credente imita Dio creatore quando, esorcizzando l’imperativo della giustizia legale, apre ad un’altra relazione con colui al quale egli perdona. Così il perdono, trasformando le relazioni umane, possiede una capacità di rivelazione del volto originale di Dio” (Ch.Duquoc – Il perdono di Dio, pp.57-59) 

3 – La fede sa fare miracoli

Vivere su questo piano di perdono e di grazia, suppone un atteggiamento di grande fede, assai difficile da raggiungere per noi, in questo mondo. Per questo gli apostoli supplicano: “Aumenta la nostra fede”. La prima istruzione di Gesù agli apostoli è, infatti, una sua risposta a questa loro precisa richiesta. 
Non si tratta di accrescere quantitativamente la fede, ma di renderla più genuina. La fede è la capacità di accettare il mistero di Dio che si rivela in Cristo, traducendolo in uno stile di condotta coerente: nel perdono, nell’amore ai piccoli, nella speranza. 
Per Gesù, basta un pizzico di fede vera per fare cose impossibili. L’immagine paradossale del gelso sradicato e trapiantato nel mare traduce plasticamente la forza della fiducia totale in Dio. 
La fede ha maggior forza e maggior consistenza che tutte le realtà fisiche (albero, monte, fiume). Essa giunge fino al cuore di Dio e degli uomini, fino a quello di Gesù, nel quale tutto ha consistenza. Perciò che vive nella fede non ha bisogno di trasportare le montagne né i gelsi. In fondo ha già trasportato tutto e vede le cose al loro giusto posto, là dove Dio le ha messe, al servizio degli uomini. Tutto è collocato su un piano d’amore e di futuro. Tutto, allora, è basato sull’albero della croce di Cristo, che ci conduce verso la gloria della risurrezione.

Attorno a Gesù, che è un “povero” e che si è rivolto ai poveri, si è costituita una comunità di poveri, di “piccoli”, il cui legame più prezioso è la fede in lui e nella sua parola. Questa fede viene da Dio e sarà condivisa, un giorno, dalle nazioni, secondo le profezie. Ora, gli apostoli ebbero difficoltà a seguire il “Figlio dell’uomo” sulla via di Gerusalemme per obbedire fino alla morte, perché è così che egli porta alla perfezione la fede dei poveri, mostrando una fiducia assoluta nel Padre, che, con la risurrezione, può salvarlo dalla morte. La fiducia che esclude ogni preoccupazione ed ogni timore non è abituale agli apostoli. La prova della passione è per loro uno scandalo. Ciò che allora essi vedono succedere al Maestro e a loro richiede molta fede. La fede dello stesso Pietro, senza sparire, perché Gesù aveva pregato per essa, non ha il coraggio di affermarsi; e Giuda non ci riesce. 
La fede degli apostoli deve fare ancora un passo decisivo per diventare la fede della chiesa. Tale passo si compie quando, dopo molte esitazioni in occasione delle apparizioni di Gesù, credono alla sua risurrezione. Ora essi sono testimoni di ciò che Gesù ha detto e fatto, e lo proclamano Signore e Cristo. Ora la loro fede è capace di giungere fino al sangue. Chiamano i loro uditori a condividerla, perché anch’essi possano beneficiare della promessa, ottenendo la remissione dei loro peccati.
Questo è il cammino paradigmatico della fede, che la chiesa ci trasmette nel battesimo, come dono di Dio per tutta l’umanità. 

4 – Servire Dio senza attendere ricompensa

Sono molti quelli che si presentano a Dio in atteggiamento di “giustizia commutativa”. Pensano a una specie di scambio commerciale. Dio ha un diritto su di noi e, per questo, ci può imporre i suoi comandamenti: se li osserviamo, meritiamo di ricevere la ricompensa. Essi vedono la legge come un’imposizione; suppongono che il premio corrisponda alle azioni compiute, e quindi si sentono in diritto di esigere da Dio la “paga”.
Di fronte a questo atteggiamento, il vangelo ha messo la posizione del “servo” che riceve un incarico dal suo padrone. La parabola dell’agricoltore che sfrutta il suo servo o salariato si capisce a partire dal costume del tempo antico, quando non era in uso il contratto di lavoro che fissasse limiti di orario o riconoscesse lo straordinario. Il servo o schiavo è proprietà del padrone senza diritti alla ricompensa e alla riconoscenza. Per la mentalità odierna, questa parabola è un paragone urtante, dove Dio fa la figura di un padrone esoso. Le parabole di Gesù partono, certo, da esperienze reali della vita del suo tempo, ma per parlare d’altro.
In questo caso, se il servo opera bene, non lo fa per la paga, compie semplicemente il suo dovere. Così deve essere l’atteggiamento genuino del discepolo all’interno della comunità e nel suo rapporto con Dio. Il suo deve essere un servizio disinteressato e gratuito. Il vero seguace di Cristo ha scoperto che Dio è il Signore e che vale la pena compiere le opere che ci comanda. Perciò, al termine del suo lavoro, non può esigere nulla: non è stato altro che un povero servo, ha fatto quello che doveva fare.
E’ così smontata ogni pretesa umana che tenti, in qualsiasi modo, di servirsi di Dio o di condizionarlo con un rapporto religioso di tipo contrattuale o contabile, sul modello farisaico.
Questa critica alla religiosità di tipo mercantile e pretenziosa è tanto più urgente quanto più, nella comunità, il ruolo o il servizio gode di un certo prestigio o di responsabilità. Non a caso la parabola del servo senza pretese è rivolta agli apostoli. Tutti nella comunità sono poveri e semplici servi.

“Per interpretare rettamente la parabola dei “servi inutili”, è necessario metterla sullo sfondo di una vera amicizia, di una fiducia profonda e autentica. Amico è colui che aiuta l’altro, senza parlare di premio o di ricompensa. Non ha bisogno di leggi o di comandi. Sa quello che fa piacere al suo amico, e lo fa perché crede che valga la pena di farlo. Così dev’essere la nostra attività rispetto a Dio. Scopriamo la sua volontà e la compiamo.
Per principio, il premio o il castigo non hanno importanza; anzi, pensiamo che Dio non può mai essere nostro debitore, per quanto abbiamo cercato di osservare la sua legge con scrupolo.
Dopo aver affermato questo, si deve, però, aggiungere una cosa molto importante. Dio non è obbligato a darci alcun premio, né è obbligato a esserci riconoscente per il nostro servizio. Dal momento, però, che ci è amico, suscita in noi la fiducia; sappiamo che si preoccupa di noi e possiamo confidare nella sua presenza e nel suo aiuto.
Una volta che abbiamo compiuto il nostro dovere e abbiamo detto: “Siamo servi inutili”, possiamo aggiungere, “Abbiamo, però, un amico che ci ama più di quanto possiamo immaginare”. Per questo siamo sicuri nelle sue mani.
Questo vuol dire che la nostra esperienza religiosa esce dal piano della legge, del merito e del premio che si esige ed entra nel contesto di amore e di fiducia. Per amore facciamo quello che è buono. Ci mettiamo con fiducia nelle mani del mistero che, davanti a noi, assume il volto di un amico e di un padre (Dio). 
Non sappiamo quello che l’amico ci vorrà dare, ma abbiamo un’immensa fiducia. Per questo, quando abbiamo fatto tutto quello che era nelle nostre possibilità, possiamo aggiungere: “Ora siamo veramente in buone mani, nelle mani d’un amico che ci ama. Non meritiamo nulla, ma confidiamo nel suo amore e siamo sicuri che ci concederà molto di più di quanto noi possiamo aver sognato”. (Commento della Bibbia liturgica – Edizioni Paoline – pagg. 1253-1254).

 

p.Valentino Benigna