CHI DITE CHE IO SIA? 

Lc 9,18-27

 


1. Gesù e i discepoli si trovano "in un luogo appartato a pregare" (Lc 9,18). Il clima e quello di una giornata di ritiro; probabilmente si tratta dello stesso ritiro che Gesù voleva fare il giorno della moltiplicazione dei pani e che aveva dovuto rimandare per l'arrivo della folla (cf. Lc 9,10-11). Dopo aver ascoltato il racconto dei Dodici su come era andata la prima esperienza di missione, Gesù pone loro una domanda per aiutarli a scendere in profondità: la gente che avete incontrato che cosa pensa di me?

2. I Dodici rispondono a Gesù riportando quel che si dice sul suo conto: per alcuni la sua figura richiama Giovanni Battista, per altri Elia, per altri ancora questo o quel profeta della storia di Israele. Le stesse voci erano arrivate fino alle orecchie di Erode (cf. Lc 9,7-9)!
Su una cosa sono tutti d'accordo: Gesù e un profeta. Ma nessuno riesce a comprendere fino in fondo la sua profezia, ciò che Dio sta dicendo al mondo attraverso di lui.
Non sapendo che cosa pensare di Gesù, la gente lo inquadra in schemi presi dal passato. E questo non è del tutto sbagliato, perché in Gesù c'è davvero qualcosa del Battista, qualcosa di Elia, come pure di ogni altro profeta. In effetti, tutta la Scrittura parla di lui (vedi le parole del risorto ai due di Emmaus: Lc 24,27). Ma il paragone col passato non può bastare per comprendere la sua vera identità: "Ben più di Salomone c'è qui... Ben più di Giona c'è qui..." (Lc 11,31-32).
Se il Primo Testamento preannuncia Gesù, lui lo supera, va oltre. Nella sua persona c'è qualcosa di inedito, mai visto prima, che sfugge alla comprensione dei più.

3. La gente si mostra incapace di pensare il nuovo. Quante volte succede anche a noi!
Isaia ci invita a essere presenti all'azione di Dio nella storia: "Non ricordate più le cose passate! Non pensate più alle cose antiche! Ecco, faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?" (Is 43,18-19).

4. Gesù ascolta le risposte dei Dodici, senza commentare. Dice solo un ma: "Ma voi chi dite che io sia?". Pietro risponde: "Il Cristo di Dio", cioè il Messia. E Gesù (con nostra sorpresa) sgrida lui e gli altri. Come dire: la risposta è giusta, ma detta cosi porta fuori strada. Non parlate di me in questi termini, perché la gente non capirebbe, abituata com'è a pensare al Messia forte, potente, di successo...
Detto questo, Gesù comincia a fare un discorso, che dovrà riprendere più volte perché i Dodici stentano a capire (Lc 9,21-22; 9,44-45 e 18,31-34). Fondamentalmente dice due cose:
- il Messia deve soffrire molto ed essere riprovato dalla gerarchia del tempio
- per questa porta stretta devono passare anche i suoi discepoli.

5. Sono due verità scomode, che provocano opposte reazioni. Da una parte, ci sono quelli che si scandalizzano di questo modo di parlare; dall'altra ci sono quelli che restano comunque in ascolto e, alla fine, riescono a penetrare il senso di questa parola dura.
I primi si vergognano di avere un Messia cosi, per cui prendono le distanze. Esempi di questo atteggiamento possono essere il giovane ricco e Pietro che rinnega il Signore per mettersi in salvo.
Il secondo gruppo (decisamente meno frequentato) raccoglie quelli che non hanno paura di tenere fisso lo sguardo su Gesù (cf. Eb 12,2) anche quando dice cose che mettono addosso paura e sconcerto. Esempio di questa attesa perseverante può essere Simeone.
L'ultimo versetto del brano ci sembra da intendere come un incoraggiamento al "piccolo gregge": "Non abbiate paura di quello che sto dicendo. Vi assicuro che alcuni di voi comprenderanno la parola della croce. Alcuni di voi riusciranno a entrare nel mio modo di vedere le cose".

Cristina e Giovanni Giuranna